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 2017  marzo 30 Giovedì calendario

Londra se ne va, consegnata la lettera d’addio alla Ue della May

Ieri, verso le 13.30, l’ambasciatore britannico presso l’Unione Europea, Tim Barrow, ha consegnato al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, la lettera con cui la premier britannica Theresa May formalizza l’uscita del Regno Unito dalla Ue, attraverso l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che regola, appunto, l’abbandono dell’Unione da parte di uno Stato membro. Il documento consta di sei pagine, è scritto in un inglese cristallino (tremiamo al pensiero di che cosa avrebbero prodotto, in termini linguistici, politici e burocrati nostrani alle prese con un testo analogo), sostiene che il Regno Unito esce dalla Ue, ma non dall’Europa, che fida in un’alleanza forte con l’Unione, al termine delle trattative, nei settori dell’economia e della difesa, assicura che ai cittadini europei residenti a Londra saranno applicate, fino a trattativa conclusa, le stesse regole varate al tempo dell’adesione alla Ue della Gran Bretagna, dà qualche generica assicurazione anche a scozzesi e irlandesi, e ammonisce che un’uscita senza un accordo indebolirebbe sia il Regno Unito che l’Unione Europea.   
Che succede a questo punto?
Tusk dovrà diffondere una bozza delle linee guide negoziali e inviarle ai presidenti del consiglio dei 27 paesi. Il documento servirà a preparare un vertice straordinario, che si terrà in aprile e che renderà note in via definitiva le linee all’interno delle quali i negoziatori di Bruxelles dovranno muoversi. Si suppone che il primo incontro tra europei e britannici per dare inizio alla discussione avrà luogo entro maggio. Gli inglesi dovrebbero presentare le leggi che regoleranno l’uscita dalla Ue in autunno. Intanto il faccia a faccia andrà avanti e dovrebbe concludersi entro il 2018. Bisognerà lasciare qualche mese ai parlamenti nazionali e a quello europeo per approvare l’intesa.  

Due anni basteranno?
La regola dei «due anni per uscire» è fissata dal Trattato di Lisbona. Sul fatto che i due anni possano bastare i dubbi sono molti. Ho sentito gente che se ne intende sostenere che di anni ce ne vorranno almeno dieci. Del resto, con l’accordo delle parti, il termine dei due anni può essere prolungato.  

E se l’intesa non venisse approvata?
È per quello che ci vorranno dieci anni. I negoziatori, per evitare bocciature, andranno continuamente a chiedere pareri ai vari governi. Che si esca senza un’intesa è possibile. Diciamo 50 e 50.  

E se nel frattempo - per via un cambio di governo o di qualche altro sommovimento politico - a Londra cambiassero idea e volessero rientrare?
Materia controversa. Una corposa corrente di pensiero sostiene che da una scelta consacrata da un referendum, due voti del Parlamento e l’assenso di Her Majesty the Queen non si possa tornare indietro (deve pensarla così anche la May, che nella lettera di ieri ricorda tutti i passaggi che hanno portato alla decisione di uscire, compresa la parte riguardante la Queen). Però altri sostengono il contrario, e cioè che da una scelta politica ci si possa in ogni caso ritrarre, specie se si considera quanto mutevole è la realtà che ci circonda. A naso, questo secondo punto di vista mi pare più ragionevole.  

Effetti della Brexit sui mercati?
C’è intanto un effetto negativo per noi, e anche per gli altri. Dovendo continuare a mantenere il bilancio della Ue, ma essendoci a sostenerlo un membro in meno, dovremo sborsare tutti più soldi. All’Italia il conto, da saldare a partire dal 2019 (se il negoziato chiuderà davvero entro il 2018), passerà da 17 miliardi e 693 milioni di euro attuali a 19 miliardi e rotti (+7,4%). In termini assoluti pagheranno più di noi solo Germania (4,2 miliardi) e Francia (1,78). In termini percentuali i più penalizzati saranno gli olandesi (+13,49%). Il conto dell’uscita dovrebbe essere salato anche per gli inglesi, che prima di andarsene dovrebbero versare nelle casse della Ue una sessantina di miliardi. Ma questo è il primo punto dirimente della trattativa: il nostro capo delegazione, Michael Barnier, ha il compito di definire i termini dell’uscita (60 miliardi compresi) e solo dopo di discutere i termini della nuova, eventuali alleanza tra Regno Unito e Ue. Gli inglesi vogliono invece che la discussione sulle due questioni si svolga contemporaneamente. Quanto agli effetti sui mercati, per ora la sterlina ha perso l’11% sull’euro e il 16% sul dollaro, stimolando un’inflazione al 2,3%, con aumento dei prezzi delle merci importate, ma vantaggi notevoli su quelle esportate, che costano meno. E però il mercato immobiliare tiene, la Borsa ha guadagnato il 16% rispetto al pre-Brexit, i consumi delle famiglie sono in crescita, le entrate fiscali pure, la disoccupazione è appena al 4,7%. Tuttavia è presto per giudicare ed è sicuro che, passando il tempo, non saranno tutte rose e fiori.