Libero, 29 marzo 2017
Tutti votano Grillo ma pochi vanno a vederlo a teatro
Beppe Grillo, inteso come comico, non funziona più come un tempo. Circa un terzo dei biglietti per lo spettacolo di ieri sera a Torino sua roccaforte storica sono rimasti invenduti, perlomeno mentre scriviamo. Può darsi che abbia recuperato all’ultimo momento, ma in genere non succede, soprattutto non succedeva: le sue serate erano sold out per definizione. Era già successo un anno fa, sempre a Torino: si era in piena campagna elettorale ma l’auditorium del Lingotto rimase parzialmente vuoto, e lo ammise anche lui. È un problema dei teatri in generale? No, perché altri tipo Edoardo Bennato, persino Arisa intanto lo stesso teatro lo riempiono tutto. Nel caso di Grillo, neanche abbassare il prezzo da 35 a 29 euro ha risollevato le cose.
Detto questo, ci sono un paio di considerazioni ovvie da fare. La prima, vabbeh, è che gli anni passano per tutti. La seconda è che la politica ha tolto alla sua attività di comico, non c’è dubbio: nonostante il vago tentativo di separare le cose (il Movimento torinese non risulta coinvolto nel suo tour) gli resta la consolazione che è l’unico politico che riesca a farsi pagare per dei comizi, ma conoscendolo gli è di magra consolazione. Essere nella «sua» Torino (che è sua due volte, perché il sindaco è del Movimento) non gli è di aiuto, anzi, fa parte del problema: è difficile tuonare contro il palazzo se il palazzo ti appartiene. Forse a Roma farebbe la stessa fatica. In generale, Grillo la sta facendo in Italia. A voler essere maligni, c’è da aggiungere l’aggravio legato allo spessore culturale del suo Movimento: i non grillini ritengono Grillo non più credibile, mentre i grillini, a teatro, non andavano storicamente. Se per loro sono morti i giornali (che non hanno mai letto) figurarsi i teatri (non ci sono mai andati).
Detto anche questo, ci si può chiedere se il paradosso del caso (la politica delegittima la satira e non viceversa) non chiuda un cerchio che è stato lo stesso Grillo a tracciare per primo. La sua apparizione da politico (2006-2007) coincise infatti con la fioritura di una trasversalità che, in Italia, si cementò attorno a un particolare visione della satira e della politica e del giornalismo: fu in quel periodo che Grillo e Sabina Guzzanti e Michele Santoro e Marco Travaglio (per fermarsi a qualche nome) mischiarono le carte e si fecero più comizianti e tribunizi, rimescolati in mestieri sempre più indistinti: Grillo faceva informazione diceva ma senza le regole dell’informazione, e all’occorrenza ritirandosi a semplice comico; Sabina Guzzanti diceva che «tocca ai comici dire le cose serie», Marco Travaglio iniziò a coniugare il mestiere di giornalista con forme autocentrate e sbeffeggianti, al punto da reclamare il diritto di satira anziché di critica. Sempre in quel periodo era uscito «La casta» (libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo) e Grillo prese a leggerlo pubblicamente e a farne un manifesto di resurrezione: anche da qui nacque l’idea del «V-day», e anche da qui l’appartenere o meno a una casta diverrà uno sport nazionale. Grillo mischiò delle cose sensate a un fracco di sciocchezze, ma soprattutto mischiò politica e comicità trasmesso e ritrasmesso da tutte le emittenti nazionali. Niente di strano che tanta gente, oggi, non distingua più, e guardi piuttosto i programmi di Crozza con la stessa postura con cui guardava i talkhow. Ma gratis. Soldi ai politici, la gente, non vuole più darne. Grillo non fa eccezione.