Libero, 29 marzo 2017
Oggi la May lancia la Brexit. E Londra è pronta a volare
Alla Banca d’Inghilterra è proibito, di questi tempi, far previsioni. Colpa della figuraccia rimediata lo scorso giugno, quando gli economisti più autorevoli, a partire dal governatore Mark Carney, avevano previsto tragedie e disastri in quantità, nel caso avesse prevalso la Brexit. Le cose, per ora, sono però andate in maniera ben diversa. Come ha riconosciuto Andy Haldane, il capo economista della banca centrale più antica del pianeta. «La scienza economica ha riconosciuto con sincerità e flemma britannica attraversa una grave crisi. E noi abbiamo fatto la figura di Michael Fish», ovvero del meteorologo della Bbc che a metà anni Settanta aveva previsto una bufera su Londra che, alla prova dei fatti, si era rivelata un temporale sul nord della Spagna.
Le cose, sul fronte dell’economia, sono andate più o meno nello stesso modo. Quasi tutti gli indicatori, alla vigilia dello strappo con l’Europa, volgono al bello stabile. Certo, la medicina che ha protetto finora la congiuntura del Regno ha avuto un costo. La sterlina, in particolare, ha lasciato sul terreno l’11% nei confronti dell’euro, ancor di più (il 16%) verso il dollaro. Il calo del potere d’acquisto della moneta, poi, ha provocato un aumento dell’inflazione, salita fino al 2,3% ai massimi da tre anni anche per le gelate che hanno fatto impazzire il prezzo degli alimentari (la lattuga è salita del 67%, rivela il Guardian). Ma i danni, in parte compensati dal flusso dei turisti a caccia di buone occasioni (Londra è diventata la capitale dello shoppig per gli orologi svizzeri di lusso), sono stati contenuti. I dati della bilancia commerciale dimostrano che il maggior onere dell’import è stato compensato dall’andamento dell’export e dei servizi. E ancora. La temuta crisi del mercato immobiliare non c’è stata, la Borsa della City, uno dei motori dell’economia che più temeva la frattura con l’Eurozona, va a gofie vele, con un guadagno del 16% rispetto al dato pre-Brexit. In questa cornice, per giunta, arrivano buone nuove dall’andamento della finanza pubblica, sostenuta dall’aumento inatteso delle entrate fiscali. Londra non ha dovuto far ricorso a una manovra finanziaria di primavera ma ha confermato gli obiettivi di risparmio del budget, con grande beneficio per i titoli di Stato.
Anche i consumi delle famiglie registrano il segno più, nonostante la crescita più lenta delle buste paga, un dato che preoccupa la banca centrale. Ma a rasserenare il cancelliere allo Scacchiere Philip Hammond ci pensa l’andamento del prodotto interno lordo. L’ufficio per la Budget Responsibility, l’ente pubblico indipendente che regsitra le variazioni del pil, ha appena rivisto al rialzo le stime della crescita: non più l’1,8% bensì il 2%, poco meno di quanto registrato nel 2016, ma in accelerazione. E comunque sopra le stime degli ex cugini dell’Eurozona. Infine, l’occupazione va a mille: i senza lavoro sono il 4,7% del totale. Occorre tornare indietro al 1975 per trovare un dato più basso.
Insomma, alla faccia delle Cassandre, la prospettiva della Brexit non si è rivelata finora un cattivo affare. Ma andrà così anche in futuro? In realtà la navigazione nella Brexit è appena cominciata e comporterà non pochi problemi. Non è facile, ad esempio, prevedere quali accordi saranno raggiunti sull’auto. Gli industriali tedeschi premono per intese «morbide» che non compromettano gli investimenti di Bmw e le prospettive di mercato degli altri Big. Ma ieri Wolfgang Schaeuble in parsona ha voluto gelare le speranze in un’intesa. «Non voglio punire la Gran Bretagna ha dichiarato ma in questo momento è per noi più importante consolidare l’unità di chi è rimasto nell’Eurozona». E questa regola rischia di valere per altri settori chiave, a partire dall’industria della Difesa. Non sarà facile, al di là del nodo delle tariffe doganali, garantire la libera circolazione di prodotti chimici, della farmaceutica e di molti altri settori che dipendono da regole e da leggi.