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 2017  marzo 29 Mercoledì calendario

Il tesoro nell’immondizia

Sgomberi, multe e sequestri non fermano il business dilagante dei mercatini di oggetti recuperati dai rifiuti: scarpe e vestiti venduti a peso, scarti di cantiere e «avanzi» di traslochi lasciati in strada, suppellettili, piccoli elettrodomestici, tubi idraulici e congegni estratti da apparecchi abbandonati. Da nord a sud la Capitale ne è invasa.
Tre quintali, ieri, all’ex Bastogi, zona Boccea. Sei metri cubi in via Carlo Felice il 24 marzo, a ridosso delle mura aureliane e della Scala Santa di S.Giovanni in Laterano. Trecento chili in via Marmorata e in via delle Cave Ardeatine otto giorni fa. Duemila pezzi, il 16 febbraio, attorno alla fermata Cipro della metro. Una settimana prima, 705 chili in via Conti al Nomentano. È il bollettino della polizia municipale sulla merce sequestrata nei mercatini dei rifiuti riciclati in tutta Roma. I controlli sono quotidiani ma gli interventi radicali solo in casi estremi. La spiegazione è banale quanto sconfortante: pochi agenti disponibili, preparazione e coordinamento complessi, risultati solo nell’immediato. Coordinati dal vice comandante Lorenzo Botta si muovono il Gruppo speciale sicurezza urbana, quello di Sicurezza pubblica ed emergenziale e gli agenti dei singoli comandi di zona. Vengono allertati polizia e carabinieri per l’ordine pubblico e l’Asl per la sanificazione dei luoghi. Si lasciano uno paio di pattuglie a presidiare i marciapiedi sgomberati. La merce finisce al macero, ma tempo un paio di giorni e il mercatino ricompare altrove.

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Qui Roma Sud
Risalgono il traffico contromano spingendo carrelli dei supermercati e passeggini modificati con una scatola di cartone. Sono armati di grucce in filo di ferro, stiracchiate per farne un uncino da pesca e un’affilata arma che squarci i sacchetti incustoditi. Noi buttiamo, loro proliferano. Sono i rovistatori, presenza fissa e numerosa nelle vie di Roma Sud.
Un tuffo nel cassonetto
In via Oderisi da Gubbio un uomo con trasportino della spesa a trame scozzesi e mezze maniche si tuffa nel cassonetto della plastica, riemergendo però a mani vuote. Ci vuole tempismo e fortuna per arrivare prima di un collega o del camion dell’Ama. O, peggio ancora, prima degli spazzini che raccattano da terra i nostri incivili scarti: vecchie sedie e mobili, materassi e vestiti, oggetti senza più senso se non la discarica (o il centro di recupero di cui parla la giunta Raggi) che smontati un pezzo per volta diventano merce preziosa nei mercatini sempre meno improvvisati del Gazometro o dell’ex cinodromo di ponte Marconi. Poco più avanti una donna minuta, età indefinibile, capelli neri lunghi, lunga anche la gonna messa sotto due o tre maglioni e ai piedi le eterne ciabatte, spinge con insospettabile forza un carrello da cui spuntano uno stenditoio e un boiler arrugginito. Incrocia un uomo che sta depositando i suoi sacchetti quotidiani: «Hai niente per me?».
I sacchetti «in nero»
Difficile fare stime su quanti siano, dove e a che ora concentrino i loro giri. In via della Magliana c’è un rovistatore ogni poche decine di metri. Cinque di loro sono seduti, forse in pausa, sul marciapiede lurido lato cassonetti all’altezza del civico 263. Due ragazze e due ragazzi più una donna corpulenta con un fazzoletto in testa. Restano lì quasi un’ora mentre sorseggiano una diet coke (la lattina resterà ben in vista sulla ringhiera). Un anziano si avvicina e comincia a chiacchierare, poi i cinque inforcano di nuovo i carrelli e ripartono. La zona, piena di attività commerciali e popolosi palazzi si presta come poche a gratificare la ricerca. «Passiamo anche tre volte al giorno – dice un’addetta dell’Ama mentre raccoglie da terra i sacchetti e usa una cassetta della frutta per tenere bloccato in posizione aperta il boccaporto dell’indifferenziato –, ma il numero dei cassonetti è inferiore alle necessità perché in appartamenti da 60 metri quadri vivono magari quattro studenti o sette immigrati e il calcolo delle utenze è sottodimensionato». Soprattutto se l’affitto è in nero e anche volendo non si può usufruire della raccolta a domicilio (gratuita) degli ingombrati gestita dall’Ama. Il rovistamento diventa così un effetto collaterale. Un po’ come i pesci spazzino che nuotano intorno agli squali. Quello che cade loro da bocca, diventa cibo per altri. Forse allo squalo servirebbe un bavaglino.


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Qui Roma Nord
Buttiamo scarpe, borse e cappotti ai quali neppure togliamo i bottoni che, in fondo, costerebbe poco riciclare. Ci liberiamo di lampade, lumi e tappeti senza dargli un’altra possibilità. Svuotiamo le tasche del nostro quotidiano benessere nei cassonetti di strada dove altri le raccolgono. Czamir che vive dietro a un tornante sulla panoramica è un operaio specializzato del frugare giornaliero nella Roma Nord. «Cerco scarpe» si difende. Ha paura. S’avventura scoperchiando bidoni nel primo pomeriggio (è primavera, non si è ancora aggrediti dal tanfo: fra un paio di mesi sarà impossibile), poi punge uno ad uno i sacchetti con un bastoncino metallico e infine riemerge, quasi sempre senza una preda: «Quello che troviamo dice, lasciando intravedere una comunità alle sue spallelo rivendiamo in via Cipro». 
In bella mostra per i turisti 
La fermata della metropolitana alle spalle della circonvallazione Clodia è lo stop turistico più importante di Roma (d’Europa?), quello che porta ai Musei Vaticani e alla Cappella Sistina. Ma per Czamir è solo l’ultima tappa della sua eco missione o arte d’arrangiarsi. Il momento in cui vendere gli scarti recuperati. Un battesimo in povertà degli oggetti e il principio di una loro seconda vita ma anche, a pensarci, il karma di certi avanzi di lusso. Altrove, lungo i cassonetti della Trionfale, Farnesina, ponte Milvio, il Flaminio, i Parioli la pesca conosce tratti di intensa magia. Il ritiro (un anno fa, a macchia di leopardo) dei contenitori gialli per la differenziata degli abiti ha conferito ottimismo ai rovistatori. C’è chi finisce per frullare ogni cosa nel cassonetto. Avanzi e vestiti. Pare si peschino completi da uomo dismessi. Qualcuno ha trovato valigie e cappelli. Ogni tanto spuntano guanti e bigiotteria. Zaia, razzolatrice e puerpera fra il Flaminio e i Parioli, racconta che c’è perfino chi lascia in prossimità della spazzatura balle di avanzi del guardaroba. 
I sandali «di marca» al mercatino 
Realtà o copia tarocca, il paio di sandali «Dolce e Gabbana» individuato da chi scrive al più pulcioso dei mercatini, sotto i casermoni di Vigne Nuove, è ancora oggi leggenda. Zaia ha smesso di sognare. Ma se le capitasse, la sua sarebbe una visione del lusso, griffata e indecente. Apre, rovista e se ha tirato fuori qualche busta o sacchetto, alla fine, la rimette dentro come stesse rassettando chissà cosa. Hai paura della multa, chiediamo. Sorride come fosse uno scherzo. Neppure il destino arriva a tanto. Punire chi vive di avanzi. «Voi buttate tutto» dice. Dev’essere impensabile per lei. Poi c’è la caccia alle materie prime. Legno e compensato. Staffe e cerniere. Pensili, ripiani, sedie e tappezzeria. Non tutto è fruibile. Così certi scaldabagni d’epoca, pezzi da collezione, non saliranno mai sul carrello di Zaia, inutilizzabili anche per loro. Il resto è questione di punti di vista. Per noi è indecoroso il rifiuto. Per lei lo è il superfluo. 
Ilaria Sacchettoni