il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2017
Il laboratorio greco, quando la cura uccide il malato (come era previsto)
“Questo non è un salvataggio della Grecia, ma dei suoi creditori privati, soprattutto europei”. Il 9 maggio 2010 Paulo Nogueira Batista, il rappresentante del Brasile al Fondo monetario internazionale, salutò così il primo bail-out greco. La storia gli ha dato ragione. A fronte di 226 miliardi versati nei primi due memorandum firmati con la cosiddetta Troika (Bce, Fmi e Ue) del 2010 e 2012, Atene ha sperimentato una cura senza precedenti nella storia. Il primo effetto è stato quello di spostare il peso dai creditori privati (in primis banche francesi, ma anche tedesche) agli Stati dell’Eurozona e al Fondo di Washington (finora ha messo 30 miliardi). Il secondo è stato il colpo inferto all’economia: dal 2010 a oggi, Atene ha perso il 25% della sua ricchezza nazionale e il debito pubblico è al 180% del Pil.
Nel 2016 – stima l’Istat greco – l’economia non è cresciuta. La storia delle “riforme mancate” e degli sforzi elusi che fa spesso capolino sui giornali quando si parla di Atene trova poca corrispondenza nei numeri: la Grecia ha ridotto il suo deficit dal 15,6% del Pil del 2009 all’1,4 del 2015, una riduzione mai sperimentata da nessun Paese al mondo. Il calo del salario nominale medio è stato di circa il 15%, mentre quello della spesa pubblica nominale ha toccato il 30%. I dipendenti pubblici sono passati dai 936 mila del 2011 ai 567 mila del 2016 (-40%) e, secondo la Commissione Ue, la riforma pensionistica approvata dal Paese porterà nel lungo periodo a una delle più elevate età medie di pensionamento d’Europa.
Il terzo effetto è quello sociale: dal 2009 al 2015 si sono persi 945 mila occupati e la disoccupazione è schizzata al 27,5% nel 2013, per poi attestarsi al 23,5% nel 2016 (era al 7,8% nel 2008). La quota di disoccupati di lungo periodo (oltre i 12 mesi) è al 73%. Oltre la metà di chi non ha un lavoro non lo ha da più di due anni. Più di un terzo della popolazione è sotto la soglia di povertà. Gli asset pubblici sono finiti in un fondo che deve fare cassa mentre il sistema sanitario è in ginocchio.
Oggi il governo di Alexis Tsipras cerca disperatamente di ottenere l’ok alla seconda revisione del terzo Memorandum di aiuti, quello da 82 miliardi prima rigettato e poi firmato nel luglio 2015. I creditori hanno chiesto tagli alle pensioni e una riforma che superi la contrattazione collettiva.
Serve a sbloccare altri 6,5 miliardi, dopo i 32 già versati e rigirati ai creditori. Il Fmi, però, non ha ancora sciolto la riserva sulla sua partecipazione: ritiene che gli obiettivi imposti dall’Ue alla Grecia siano irraggiungibili, a meno di ulteriori tagli. E che nessun salvataggio possa funzionare senza una drastico taglio del debito: pensava la stessa cosa nel 2010, ma il suo staff tecnico addomesticò i dati per fargli dire il contrario, salvo fare mea culpa nel 2013. Atene rischia di tornare presto sulle prime pagine dei giornali.