il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2017
A Vicenza nuovo buco da 2 miliardi, qualcuno informi Padoan e Visco
La Popolare di Vicenza continua a marcire nell’indifferenza del governo e della vigilanza bancaria. Ieri il cda presieduto da Gianni Mion ha approvato il bilancio 2016 con perdite per quasi 2 miliardi, che si aggiungono agli 1,4 miliardi persi nel 2015 e ai 758 milioni persi nel 2014. In tre anni sono stati bruciati oltre 4 miliardi. L’iniezione di nuovo capitale fatta l’anno scorso dal fondo Atlante (1,8 miliardi) non è servita a niente.
Il comunicato emesso dal cda contiene un grido di dolore e sottintende una domanda (che vedremo dopo). Il grido di dolore è riassumibile in due frasi. Prima: “La realizzazione nel corso dell’anno dei necessari interventi di rafforzamento patrimoniale rappresenta un presupposto per la continuità aziendale”. Seconda: per la fusione con Veneto Banca “l’avviato processo autorizzativo presenta non trascurabili elementi di incertezza”.
Il combinato disposto delle due frasi va così tradotto: la banca fallirà molto presto se il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non chiude la trattativa infinita con i burocrati di Bce e Commissione Europea. Intanto, dopo Francesco Micheli ieri è scappato un altro consigliere, Marco Bolgiani, mentre molti altri vorrebbero fare altrettanto, spaventati dalle eventuali conseguenza legali. Ecco i dati della Caporetto vicentina. L’amministratore delegato Fabrizio Viola, in carica dal 6 dicembre scorso, ha dovuto procedere a rettifiche patrimoniali (in italiano “voragini scoperte nei conti”) per 1453 milioni, e ha dovuto accantonare centinaia di milioni a fronte dei rischi sul contenzioso con gli azionisti inferociti (si ritengono truffati dall’ex presidente Gianni Zonin). Ieri si è chiusa l’offerta di transazione, hanno aderito il 70 per cento degli azionisti coinvolti, il contenzioso è così attenuato ma non azzerato.
La situazione dei conti trovata da Viola è disastrosa. Nel 2016 la Popolare Vicenza ha perso 8,8 miliardi di depositi. Nelle scorse settimane, dice il comunicato ufficiale, l’indicatore della liquidità Lcr è sceso nettamente al di sotto dei minimi obbligatori come “conseguenza della significativa uscita di raccolta commerciale a seguito dei timori di bail in connessi alle incertezze sul processo di ricapitalizzazione”. Per non abbassare le saracinesche Viola ha dovuto emettere giovedì scorso altri 2,2 miliardi di obbligazioni garantite dallo Stato, in aggiunta ai 3 miliardi emessi solo il 3 febbraio scorso.
Ecco sorgere spontanea la domanda: possibile che nessuno dei responsabili si fosse accorto del disastro? Nella primavera 2015 gli ispettori della Banca d’Italia, guidati dalla Vigilanza Bce, scoprono che la banca di Zonin fa acqua. Per non toccare il presidente più amato dalla Banca d’Italia gli ordinano di far fuori il direttore generale Samuele Sorato. Zonin vorrebbe sostituirlo con un vecchio lupo di banca come Divo Gronchi, ma la Bce gli dice di no e gli ordina di prendere il giovane direttore generale di Ubi Francesco Iorio, che arriva pagato a peso d’oro e ben intenzionato a lavorare d’amore e d’accordo con Zonin. L’unico italiano al vertice della vigilanza Bce, Ignazio Angeloni, aveva allora la moglie Ester Faia nel cda di Ubi, quindi era ben informato sulle qualità di Iorio. Iorio ben presto viene lasciato solo perché Zonin, pur difeso dalla vigilanza, viene fatto fuori da un avviso di garanzia. Lancia l’aumento di capitale da 1,5 miliardi che il mercato schifa, così arriva il fondo Atlante (banche, Fondazioni e un po’ di soldi pubblici) e sottoscrive.
Il capo di Atlante, l’acuto economista Alessandro Penati, annuncia il 7 luglio in una lettera agli azionisti che la banca ha un coefficiente patrimoniale Cet1 del 13,5 per cento, “il più alto in Italia”. Passano pochi mesi e Iorio viene cacciato (di nuovo a peso d’oro). Il Cet1 misurato da Viola è all’8,21 per cento, il 40 per cento in meno di quanto diceva Iorio. Penati si era fidato di Iorio (e della Banca d’Italia) e così ha fatto perdere gran parte del capitale ai sottoscrittori di Atlante a cui aveva promesso un rendimento del 6 per cento. Ma mentre Penati sbagliava fidandosi, dov’era la vigilanza di Bankitalia e Bce? E il governo? E adesso Padoan si darà una mossa o continuerà ad assistere immobile al disastro?