la Repubblica, 29 marzo 2017
Meli l’antidivo. «Immagine e social network non fanno per me»
MILANO Il grande Placido Domingo lo nomina tra i suoi eredi, assieme a Jonas Kaufmann e a Juan Diego Flórez. Due divi, insomma. Ma lui, Francesco Meli, classe 1980, genovese dall’eloquio fluente, tenore in piena ascesa, si schermisce: «Davvero? Neppure lo sapevo. Sarà perché non mi sento affatto un divo. Faccio il mio lavoro con serietà e professionalità, e sono orgoglioso di aver costruito tutta la mia carriera solo su quello che so fare. Non ho mai creato una pagina con cui influenzare il pubblico, non sto sui social, la mia faccia non è sulle copertine delle riviste, neanche quelle di musica. Son fatto così. Non è un’accusa, ma ci sono tanti cantanti che puntano troppo sull’immagine. I nomi? Non li faccio, tanto sono sotto gli occhi di tutti».
Non amerà apparire, ma in questo periodo è sotto i riflettori: dalla “Giovanna d’Arco” alla Scala, diretta da Riccardo Chailly con Anna Netrebko (dicembre 2015), ha inanellato ruoli importanti in tutti i teatri del mondo, e il 3 aprile tornerà al Piermarini con un recital.
«Ho lavorato con i più grandi cantanti e i più grandi direttori. Domingo, ad esempio. Con me è sempre stato generoso, prodigo di consigli e affettuoso con la mia famiglia. Un modello per me? Diciamo che abbiamo vocalità simili, sia nei pregi che nei difetti».
E quali sarebbero?
«Ci accomunano la voce solare, comunicativa, diretta, senza fronzoli, una natura lirica che si presta però ai ruoli drammatici, l’attenzione agli aspetti interpretativi. Come me non ha mai avuto la sfacciataggine del “tenorissimo” negli acuti. Anche se poi ha fatto tutti quelli che servivano. E anch’io. Il “mi bemolle sovracuto” nella Lucia di Lammermoor mi è riuscito bene. E ho fatto anche parecchi “re” nel repertorio brillante. Si impara con la tecnica ad affrontare al meglio i problemi».
Com’è stato lavorare con la Netrebko, anche nella recente “Traviata” scaligera?
«Un’artista magnifica, sia mediaticamente sia artisticamente. Potrebbe presentarsi sul palco vestita da badante, eppure spaccherebbe. Ecco: lei è una che dà quello che promette in foto».
L’elenco dei direttori coi quali ha collaborato è lungo chilometri: Maazel, Muti, Chailly, Mariotti, Chung, Santi, Mehta. Chi l’ha segnata di più?
«Sono cresciuto con Muti ed è grazie a lui che son quello che sono. A 23 anni mi ha fatto debuttare alla Scala con i Dialogues des Carmélites di Poulenc, poi abbiamo fatto otto titoli, sei dei quali verdiani. E in estate, a Salisburgo, ci sarà il settimo: Aida. Il mio primo Radames».
Come sarà?
«Forse non come in tanti se lo aspettano: il solito trombone che fa venir giù i muri. Quando il maestro mi ha proposto il ruolo ha detto: “Ah, finalmente avremo un Radames intelligente”. Non avrà il peso vocale di un Del Monaco, di un Corelli, di un Giacomini, ma cercherà di dare emozioni nel fraseggio, nel lirismo, nei pianissimi, nei legati. Tutte cose che ho imparato da Muti: lui rispetta in ogni dettaglio la partitura verdiana, che richiedeva un tenore lirico».
Cosa pensa del crossover?
«Non sono contrario per principio. Se domani mi chiamasse Il Volo per un concerto non direi di no. A patto che sia chiaro quello che si vuol fare. Troppi ricorrono a mezzucci per conquistare la popolarità, facendosi passare per gli ambasciatori del belcanto nel mondo. Detesto queste manipolazioni mediatiche: se ti commuovi con Bocelli che canta Recondita armonia e poi in teatro ti annoi, vuol dire che quell’emozione non l’hai provata davvero, era indotta».