la Repubblica, 29 marzo 2017
Antonio Dikele Distefano: «Basta selfie voglio diventare un autore vero»
MILANO Ti salvo vuol dire ti proteggo, ti difendo. Ma anche ti salvo nella memoria del mio telefonino, che ormai è la nostra stessa memoria: il posto dove ti tengo stretto. Yannick è rallentato nei movimenti però si sente in corpo tutto il ferro della Torre Eiffel, questo succede con la droga, invece Ifem pensa che il dolore viene a galla come i rifiuti in mare. Ifem che si tocca i capelli e li sente ricci, e in quel gesto si scopre nera e diversa. Sono le affollate solitudini inventate, ma forse la parola non è giusta, da Antonio Dikele Distefano nel suo ultimo romanzo, “Chi sta male non lo dice”, Mondadori. «Non è giusta perché io non invento, io racconto le storie che ho attraversato». Un ragazzo di venticinque anni che scrive libri d’amore. Un ragazzo nero di pelle e d’abito, anche il cappello è nero, ma le scarpe invece bianchissime. Si manifesta tra i grattacieli di piazza Gae Aulenti che riflettono fontane e voli di passerotti, tutto è specchio di qualcos’altro. «Mi hanno chiamato caso editoriale ed è vero, perché il caso ci governa, siamo qui per caso». Papà e mamma angolani, lui nato a Busto Arsizio e cresciuto a Ravenna. «Non siamo neri che si sentono italiani, ma italiani neri». Italiani di seconda generazione. Due anni fa Antonio pubblica da sé, in rete, il primo romanzo e sono 10 mila copie scaricate da Amazon. L’editore lo nota, ormai si pesca a strascico e talvolta tra le maglie resta impigliato il talento. Così Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti? fa il botto: 100 mila copie, l’alta classifica, la gente che ferma Antonio per strada – anche adesso, sotto questo cielo milanese color ghiaccio – e chiede un selfie. Però c’è il rischio del recinto, della curiosità etnica. Il nero che scrive per neri. «Se dalla scuola materna si insegnasse che invece siamo tutti italiani, come i bambini sanno già molto meglio dei grandi, nessun equivoco sarebbe possibile. Il mio essere italiano è prima di tutto la lingua, che poi è la carne di uno scrittore. Nella lingua di mia madre, il lingala, spegnere la luce si dice “uccidere la luce” e se io le chiedo mamma, per favore, spegni la luce?, lei non capisce. Sono italiano per come penso, e perché se sento partire la sigla di Dragon Ball mi volto di scatto».
Il romanzo è diviso in due parti. Prima parla lei, Ifem e poi lui, Yannick. Pioggia, inverno, le piccole piazze di una Ravenna mai nominata. Periferie, panchine. I mobili brutti delle case affittate piene di roba, la timidezza che protegge e divide. Sballarsi. Tra le pagine c’è urgenza, una necessità forse un po’ ingenua, grezza e non costruita. Le immagini scorrono come su Instagram e le frasi procedono secche come nei social. Ma si può scrivere un romanzo in monoblocchi da 140 caratteri? «Ovviamente no, e in questi tre anni sono cambiato tanto. Meno foto, più architettura narrativa, più mappe e più storia. Ma per potermi dire scrittore mi servono altri sei o sette anni di allenamento, che significa leggere tanto e scrivere di più. Peccato solo la mia pigrizia».
Chi sta male non lo dice, ma da fuori si vede eccome. I ragazzi vogliono sempre scappare. «Andiamo a Cattolica!» «Ma è qua dietro, io pensavo tipo di andare all’estero». Andare: forse è l’infinito perfetto. «Quando siamo andati ad abitare nel nostro primo condominio a Ravenna, nel blocco del palazzo soltanto una famiglia aveva il televisore. Tutte le altre, a turno, andavano lì a guardare ed ecco che il viaggio non significa per forza andare lontano, ma da qualcuno che ti aiuta». Antonio nel frattempo archiviava storie. «Papà è un tipo simpatico, ex militare, a casa nostra passavano sempre un sacco di amici che si mettevano a raccontare le loro vite. Io mi piazzavo in un angolo e ascoltavo». Adesso però si tratterebbe di costruire per bene uno scrittore oltre la musica istintiva delle parole, al di là del ritmo naturale della frase e dell’autobiografia. «Facevo il fenomeno e non avevo mai letto Montale. Quando leggo davvero è come quando da ragazzo ascoltavo il rap napoletano, deve scapparmi detto “che figata!”. L’ultimo libro ad avermi conquistato è Uomini senza donne di Murakami, poi ognuno insegue le sue comete. Va’ dove ti porta il cuore mi è piaciuto, Il giovane Holden non l’ho manco finito». Si diceva del dolore. «Nella mia vita piove ancora tantissimo: sei non stai male, mica scrivi. Penso che io non scriverò mai un libro davvero felice. Ogni tanto bisogna fare un bel pieno di dolore, poi mettersi a lavorare. Scrivere, così come leggere, è terapeutico. Nessuno mi ha mai visto piangere e a pochissimi interessa davvero come stai: però, mi conquista chi non si accontenta del mio non rispondere e insiste».
Dentro il flusso di parole e immagini che ci bombardano, Antonio Dikele Distefano ha appena scoperto un paio di virtù. «Rallentare e proteggersi. Se vuoi essere uno scrittore longevo, mi sono detto, devi postare meno. Rallentare è anche una questione di sopravvivenza, e poi basta selfie, basta autopromozioni. Voglio creare l’aspettativa e intanto ho regalato ai lettori un pezzo del nuovo libro come assaggio, ovviamente in rete: penso di essere il primo». Nel frattempo sgobbare, e poi sgobbare di più. «I dialoghi mi fanno uscire pazzo, sono difficilissimi anche perché nella vita il più delle volte diciamo banalità. Ci perdo le giornate a scrivere e riscrivere, una dannazione». Resterebbe l’ultimo problema, la distanza. Il libro è pieno di pezzi mancanti e luoghi del desiderio. «Un giorno forse andrò in Angola, non l’ho mai vista e ho una gran paura di rimanere deluso o arrabbiato. Le superstizioni non le concepisco, tutta questa religione mescolata a ogni cosa. Ho il timore che vada a finire come per certi miei amici, cresciuti senza padre: un bel giorno l’hanno conosciuto, ma stavano meglio prima».