la Repubblica, 29 marzo 2017
Dal M5S a Forza Italia, il partito dell’Eurolira, il denaro virtuale per aggirare Maastricht
MILANO Il Luna Park degli euro di scorta – le mille divise alternative nate per affiancare (o rottamare, dicono le malelingue) le banconote targate Bce – si arricchisce di un nuovo protagonista a cinque stelle: la “moneta fiscale”, l’arma segreta con cui il Movimento di Beppe Grillo ha archiviato – previo pezzo sul sacro blog – l’era del “no” all’euro per tornare tra i discepoli, pur se un po’ recalcitranti, della valuta unica.
L’Eurolira – copyright di Gennaro Zezza, professore dell’Università di Cassino e padrino ideologico del nuovo corso pentastellato – ha illustri precedenti (dalla Am-Lira voluta dagli Alleati nel 1943 fino alla dracma-bis sognata da Yannis Varoufakis in Grecia) e una schiera di fan più eterogenea di quanto si immagini. Renato Brunetta, dice il tam-tam a Roma, era pronto a varare una proposta simile. Silvio Berlusconi vagheggia da tempo una misteriosa valuta parallela tricolore, la Lega studia i Mini-Bot. E il Tesoro avrebbe guardato con attenzione ai “Titoli di sconto fiscale” proposti dagli economisti Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini e Marco Cattaneo.
Il perché dell’interesse trasversale è chiaro: nella Babele dei vice-euro spuntati come funghi in Europa, moneta fiscale & C. – ammesso e non concesso che superino i dubbi di Ue e Bce – sono quelli che hanno più futuro potenziale. Il funzionamento dell’Eurolira a 5 Stelle è semplice: lo Stato paga quote di opere pubbliche aggiuntive e sussidi al lavoro non in contanti ma con un buono che dà diritto a un credito fiscale. Questo denaro virtuale – roba da Monopoli, dicono i detrattori – non entra nei calcoli del debito pubblico e potrebbe essere usata per pagamenti tra aziende, per abbassare il conto del 740 o pagare multe e conti con l’erario. Obiettivo: dare un elettrochoc all’economia senza infrangere i paletti di Maastricht. L’emissione di 40 miliardi di “titoli di sconto fiscale a termine” l’anno (strumento un po’ diverso dal Lodo Zezza) – calcola uno studio del 2015 di Antonio Guglielmi, responsabile azionario di Mediobanca – raddoppierebbe il Pil generando in un biennio – grazie all’extra-gettito – le risorse per ripagarsi. E producendo pure un utile netto per il paese.
Fantafinanza? A Bruxelles dicono di sì. L’Eurolira – assicurano – è una nuova versione della vecchia cosmesi di bilancio all’italiana. Una moneta “zombie” nata morta per l’impossibilità di passare l’esame della Ue, dove i falchi del rigore la considerano debito mascherato. La casistica delle divise virtuali nell’era dell’euro è del resto impietosa: vivono (e magari prosperano) se mantengono dimensioni iperlocali. Spariscono se hanno ambizioni eccessive.
La vittima più illustre è la dracma-bis studiata da Varoufakis nei giorni caldissimi del referendum sull’austerity ad Atene. Una moneta destinata a nascere in uno scenario hollywoodiano con tanto di assalto alla zecca per sequestrare l’oro necessario a garantire i pagamenti di pensioni e stipendi pubblici con la nuova divisa. Piano archiviato quando il premier Alexis Tsipras ha firmato la resa alla Troika per restare nell’euro.
Le valute alternative che volano più basso godono invece ottima salute. La più vecchia è il Chiemgauer, nato per gioco in Baviera e accettato oggi in migliaia di negozi, con tanto di banca centrale e banconote da 1 a 20. La divisa teutonica si svaluta ogni tre mesi per incentivarne la circolazione. Si usa per pagare dentista, pane o meccanico. E se si vuole ritrasformare in euro si paga una commissione del 5%, girata per il 3% a realtà no-profit. La sua caratteristica è che cambia mano 2,5 volte più rapidamente dell’euro. Segno che l’obiettivo di muovere liquidità e stimolare consumi è centrato. Una moneta propria l’hanno Nantes (il Bonùs) e Bristol dove il sindaco prende lo stipendio in Pound locali. In Spagna ce ne sono 14 – alcune finanziate proprio dalla Ue – con un milione di utenti.
In Italia circolano già due divise alternative di gran successo. Il Sardex (tra i soci ci sono Banca Sella e una realtà pubblica come Invitalia) che nel 2015 ha già superato i 50 milioni di euro di transazioni filiando cloni in tutta Italia e lo Scec, valuta “solidale” ed esentasse usata da 19mila persone e accettata da 4mila imprese ed esercizi commerciali e accettata da un Municipio di Roma. Dove Virginia Raggi – come recita il suo programma elettorale – è pronta a lanciare la sua Eurolira capitolina fai-da-te.