Libero, 28 marzo 2017
Scandalo Alitalia
L’Alitalia ha assorbito, in poco meno di quarant’anni, più di sette miliardi ai contribuenti italiani, compresi quelli che non hanno mai volato o quelli, forse più numerosi, che da anni utilizzano le compagnie low cost. Nel frattempo, il mondo del trasporto aereo è radicalmente cambiato: le compagnie di bandiera sono scomparse (vedi la Svizzera e il Belgio) o hanno cercato di reggere la concorrenza resa possibile dalla deregulation, con fusioni (vedi IberiaBritish Airways, Klm-Air France) o ristrutturazioni più o meno violente sotto la spinta della concorrenza, specie quella in arrivo dal Golfo.
Solo la signora della Magliana, che negli anni Ottanta era così ricca e potente da sognare di celebrare la sua forza con un grattacielo a Manhattan, è invecchiata in maniera impietosa, svendendo pezzo dopo pezzo l’argenteria, vedi gli slot e le rotte più appetibili, accumulate negli anni buoni, quando la compagnia era al terzo posto in Europa. Un disastro raccontato mille volte ricapitolando i mille errori di manager, politici, sindacati e, più in generale, la miopia di una classe dirigente che si è ostinata a credere di poter tirare avanti senza fare i conti con il mondo che cambiava erodendo le illusioni e i privilegi. A questo punto, almeno una cosa sembra scontata: basta con le balle e con le favole, occorre cambiare. Ma così non è. Le menti più “lucide” della vecchia e della nuova politica si stanno ingegnando su come gettare nuovi denari nel grande falò delle perdite di Alitalia, sia quelle passate che quelle probabili del futuro.
Il quadro è semplice: occorrono 400 milioni per tiare avanti. La metà o poco meno li metterà Etihad, il partner del Golfo che non può crescere nel capitale, pena la perdita dello stato di vettore europeo. Il resto non arriverà da Intesa ed Unicredit, partner decisi a non rimettere altri soldi nell’impresa. E allora? Elementare.
Deve tornare a pensarci lo Stato. Eppure non si ancora spenta l’eco della presunta privatizzazione della compagnia, per non parlare del divieto di aiuti di Stato. Ma ci vuole ben altro ben scoraggiare la fantasia dei vari Calenda o Delrio. È in arrivo la mano caritatevole della Cassa Depositi e Prestiti, l’ente che dovrebbe anticipare i 200 milioni che mancano all’appello. Sotto forma di prestito, per carità (come già capitò nel 2008, prima dell’intervento dei «capitani coraggiosi»), ma con garanzia dello Stato. Una soluzione un po’ pasticciata, che di sicuro non aiuta Cdp, già impegnata in mille fronti e che, per statuto, dovrebbe investire solo in imprese profittevoli.
Ieri, intanto, la stella un po’ appannata della compagnia ha trovato un nuovo appassionato; nientemeno che Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e probabile candidato del Movimento 5 Stelle per Palazzo Chigi. Lo Stato, ha detto ieri, deve tornare ad avere il controllo dell’ex compagnia di bandiera che necessita di investimenti per 2 miliardi di euro. Con quale obiettivo? «Se vogliamo avere una politica strategica turistica e aziendale dobbiamo dotarci di una compagnia di bandiera che cambi la sua mission», ha detto l’esponente politico grillino, secondo cui Alitalia deve essere «il trampolino di lancio per la nostra economia nei Paesi emergenti, negli Usa e in America Latina».
Fa una certa impressione risentire oggi le stesse favole (se non peggio) che hanno accompagnato il declino della compagnia. In un contesto, tra l’altro, del tutto cambiato. Che senso ha proteggere il futuro della compagnia contro ogni evidenza? Basta l’esempio della Spagna (o perfino della Grecia) per capire che per lo sviluppo del turismo nell’era di Internet non è necessaria una compagnia di bandiera. Certo, esiste un’emergenza lavoro in buona parte frutto degli errori sindacali del passato. Ma il settore è in grado di assorbire piloti e tecnici della compagnia senza grosse difficoltà, vita la buona congiuntura del settore. E non è affatto improbabile che si possano trovare soluzioni a tempi brevi per quegli scali (vedi Reggio Calabria) che la compagnia non sarà comunque in grado di assicurare.
Insomma, non regge il teorema per cui Alitalia sia ancora necessaria perché si possa volare da e per l’Italia nelle condizioni migliori per gli utenti. Diverso il discorso per una parte del sindacato e del management e per le forze politiche. Ma sono problemi loro. A noi non resta che fare l’elenco di quanto già speso: «Tra il 1974 ed il 2007 è il calcolo di R&S di Mediobanca Alitalia ha cumulato perdite pari a 6,1 miliardi di euro in moneta del 2014. La gestione di Alitalia, a far data dal 1974 e fino al 2007 relativamente alla gestione in bonis (3,3 miliardi a valori 2014) e successivamente fino al giugno 2014 sotto la gestione commissariale (4,1 miliardi), ha prodotto in via indicativa e approssimata un onere complessivo a carico del settore pubblico e della collettività stimabile in circa 7,4 miliardi di euro». Non ci basta?