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 2017  marzo 27 Lunedì calendario

Armin Hary: «Conta l’oro, non il record oggi terrei il passo di Bolt»

Ammirato, idolatrato e incompreso, ai suoi tempi Armin Hary è stato un ribelle, si definisce un autodidatta rivoluzionario, sempre in contrasto con l’establishment sportivo. È stato il primo nella storia a correre i 100 metri in 10” netti, unica medaglia d’oro tedesca olimpica in questa disciplina. Oggi vive ad Adlhausen in Baviera. Ha appena compiuto 80 anni.
A che ritmo vive oggi?
«Senza fretta. Purtroppo non riesco più a giocare a tennis e a golf, ma non mi do per vinto. Se il tempo lo consente, cinque volte la settimana faccio 40 chilometri in campagna con la bici elettrica. Sa con cosa baratterei il mio oro? Con la salute. Invecchiare non mi preoccupa, ma vorrei farlo in salute. Arriverò a cento anni, è il mio obiettivo. O sembro giù di tono?
Adesso vive sereno, sono finiti i problemi legati alla sua carriera sportiva?
«Allude ai contrasti con i tecnici che non mi lasciavano fare di testa mia?».
Nel 1959, a pochi mesi dalla vittoria nei 100 agli Europei di Stoccolma, se ne andò in California.
«Odiavo la Germania, non tanto i tedeschi, quanto l’ambiente in cui ero costretto a muovermi. In Germania sarei stato finito. I tecnici mi avrebbero distrutto. Non sopportavo la subordinazione, non sapevo mettermi sull’attenti. Mi sono allenato per conto mio, con successo. Se non avessi dovuto partecipare alle selezioni per la nazionale all’inizio degli anni Sessanta, non sarei più tornato.
È un testardo?
«Né testardo né arrogante – né piantagrane. Ero un rivoluzionario, che andava per la sua strada. Perché dovevo accettare imposizioni? Avevo obiettivi precisi, ho seguito l’istinto, non la ragione o la stupidità. Quando ho iniziato l’attività agonistica a Saarbrücken nel 1956 volevo essere il più veloce del mondo e vincere l’Olimpiade. Uscivo di casa alle sei del mattino e rientravo a mezzanotte sei giorni su sette. Fino alle cinque del pomeriggio lavoravo in officina, poi mi allenavo e alle 19.30 frequentavo corsi di formazione per specializzarmi in campo meccanico. Non capisco gli atleti che sostengono ancora che l’importante è partecipare. Partecipare non conta niente. Conta vincere. Molti atleti tedeschi sono fuori dalle Olimpiadi o dai Mondiali già alle eliminatorie, allora cosa ci vanno a fare? Se non riescono neppure ad arrivare in finale agli Europei, devono restare a casa. Io mi vergognerei…».
A Roma si sarebbe accontentato di un risultato diverso dall’oro?
«Certo che no. Dovevo vincere la medaglia – per me, e per mostrarla a critici e tecnici. Per colpa di una falsa partenza attribuitami a torto, in finale mi contenni allo start perché temevo la squalifica. Grazie a dio andò bene. La prestazione migliore, 9”9, venne una settimana dopo e mi diede l’oro nella staffetta».
A Roma voleva stare sotto i 10”?
«Contava solo l’oro. Non riuscii a esultare. Non ho osato. Non sapevo come l’avrebbero presa i tecnici. Nessuno è venuto ad abbracciarmi o a congratularsi. Mi sarebbe piaciuto. Non hanno manifestato umanità perché li avevo sbugiardati. Solo sul podio mi sono sentito il trionfatore, ho alzato la mano per salutare il pubblico, un gesto che è stato letto come saluto nazista. Meno male che non hanno suonando l’inno nazionale.
Perché?
«Sarei crollato. Sarei scoppiato a piangere. Mi fu anche rimproverato il fatto che al piede calzavo una scarpa Adidas, a quello sinistro una scarpa Puma. Che idiozia. La verità è che ero molto amico delle famiglie dei due fratelli Dassler».
Con quali scarpe correva?
«Per il record del mondo Adidas, l’oro l’ho vinto con le Puma. Ma non c’era nulla di calcolato, semplicemente usavo le scarpe migliori. Non venivo pagato, come si continua dire».
Ha conservato le scarpe?
«Ho tantissimi cimeli, una stanza piena. Potrei venderli per arrotondare la pensione. Ho pure una medaglia unica. È d’oro zecchino, dieci centimetri di diametro e uno di spessore, un regalo dell’imperatore giapponese Hirohito. Nel 1952 aveva promesso che ne avrebbe fatta realizzare una per chi fosse riuscito a correre i 100 in 10”. Mi venne recapitata a Roma dopo la finale, di notte, in gran segreto al villaggio olimpico».
Perché farne mistero?
«Perché non era compatibile con lo spirito olimpico. Non avrei potuto accettarla. Siccome ero un tipo sveglio, la misi subito in mano al vicepresidente della federazione. Il fotografo imperiale immortalò il momento. Pensai che se il vicepresidente si lasciava fotografare, avrei potuto tenerla. Solo perché avevo detratto 70 marchi in eccesso come spese, mi squalificarono per nove mesi».
Avrebbe potuto rimettersi in pista, invece a 24 anni annunciò il ritiro.
«Gareggiavo solo da tre anni ai massimi livelli ma ero all’apice della carriera. Se avessi guadagnato quanto gli atleti di oggi, avrei continuato».
L’oro è più importante del record?
«I tempi non contano, contano solo le vittorie, le gare uomo contro uomo. Soltanto a Zurigo o a Friedrichshafen ho puntato ai tempi, perché erano luoghi adatti. Non deve dimenticare che correvo su piste di carbonella. Su pista sintetica metterei in difficoltà molti».
Anche Usa in Bolt?
«Sulla pista di carbonella, lo dico senza presunzione, Bolt per via della sua corporatura, statura e peso non avrebbe avuto nessuna chance. Avrebbe corso al massimo in 10”5. Ha molta più potenza rispetto a me, con quella massa non sarebbe riuscito a ingranare, anche se ha le scarpe che pesano meno di 80 grammi, un quinto delle nostre. Comunque reggerei il confronto con lui a pari condizioni».
Cosa rende Bolt straordinario?
«Senza dubbio è un grandissimo sprinter. Solo che ormai non ci si può più esaltare per una prestazione finché non arrivano i risultati dei test antidoping. È ingiusto che possano partecipare alle gare atleti di paesi in cui i controlli antidoping sono arretrati di anni luce rispetto a quelli previsti in Germania. Io non so se Bolt in patria viene controllato regolarmente».
Dubita della sua onestà?
«Il doping si può combattere solo con la squalifica a vita. Sono certo che non avremmo più il problema. Bisogna essere spietati. In ogni caso ho perso pian piano interesse per l’atletica leggera».
Avrebbe preferito vincere l’oro in un’altra epoca?
«Oggi avrei possibilità diversissime di sfruttarlo economicamente. Ma ormai è tardi. Sa cosa ho ricevuto per l’oro olimpico? Una stretta di mano. Sì, anche delle onorificenze, ma tutto lì. La mia vita è rimasta quella di prima. Devi essere corrotto, brutale, saperti imporre, e io non ero il tipo. Per questo sono rimasto povero e gli altri si sono arricchiti».
Traduzione di Emilia Benghi