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 2017  marzo 27 Lunedì calendario

Il segreto svizzero della felicità

Chi si fa largo la mattina presto tra la folla dei pendolari alla stazione centrale di Zurigo potrebbe pensare il contrario, ma le persone che avanzano frettolose con il muso lungo sono tra le più felici del mondo. In fin dei conti vivono in Svizzera. Nei cinque rapporti sulla felicità pubblicati finora dall’Onu la Svizzera si è sempre piazzata ai primi posti. Nel 2015 era in cima alla lista, nel 2017 è al quarto posto. E il distacco tra i primi cinque Paesi (Danimarca, Norvegia, Islanda, Finlandia e Svizzera) si riduce sempre più.
Gli Svizzeri se la passano bene. Due settimane fa uno studio americano ha eletto il loro Paese «il migliore del mondo». Città come Zurigo e Ginevra ricevono sempre punteggi alti nelle valutazioni della qualità della vita. Non è quindi completamente fuori luogo chiedersi qual è il segreto della Svizzera e degli altri Paesi baciati dalla fortuna. A giudicare dai primi cinque classificati dell’Happiness-Report, pare che le dimensioni ridotte e l’isolamento siano d’aiuto. Nessuno dei Paesi in vetta ha più di dieci milioni di abitanti. Norvegia, Islanda e Svizzera non fanno parte dell’Ue, la Danimarca è fuori dall’Euro. Lo studio sembra definire ideali gli stati piccoli, indipendenti e fieri, per la gioia dei partiti isolazionisti.
Al contempo gli esiti della ricerca avallano i programmi dei partiti socialdemocratici. Tutti i campioni di felicità appartengono al club dei Paesi più ricchi, tutti sono vittima di una forte disoccupazione, ma il successo economico da solo non basta a guadagnarsi il podio. Altrettanto importante è un’equa suddivisione della ricchezza. I Paesi più felici vantano tutti un basso coefficiente di Gini, il valore che misura la diseguaglianza economica.
Esempi contrari sono l’America e la Cina. La felicità degli americani negli ultimi anni è diminuita a dispetto della crescita del reddito medio. Anche i cinesi non stanno meglio rispetto al 1990, benché i salari da allora siano aumentati moltissimo. Uno degli autori dello studio, l’economista statunitense Jeffrey Sachs, imputa la minor felicità degli americani all’esclusiva attenzione al fattore della crescita economica, a cui si associa una società divisa. Le varie comunità si tengono a distanza, i super ricchi si isolano.
Perché la popolazione sia felice, dicono gli autori, serve un sistema di sicurezza sociale solido. I cittadini devono dimostrare fiducia reciproca e sostenersi, al contempo va loro garantita la libertà necessaria a realizzarsi. Il sistema politico deve impedire la corruzione e assumere un ruolo di compensazione tra i vari gruppi.
Isolazionismo, crescita economica o redistribuzione? Dalle classifiche non si evince la ricetta per il Paese perfetto. Tuttavia le classifiche di questo genere hanno un’utilità. A detta dell’Onu stimolano i politici a tenere in maggior conto la felicità dei cittadini. Anche se il concetto di felicità resta vago, al pari della sua realizzazione, l’approccio è convincente. Il rapporto esclude infatti a priori il ricorso a certi strumenti politici. I Paesi in guerra si collocano agli ultimi posti. La smania di espansione e le fantasie di potere non contribuiscono al benessere. I Paesi non democratici, totalitari, non valgono come campioni di felicità. Dal rapporto emerge cosa la politica dovrebbe evitare.
Non bisogna neppure aspettarsi che gli esiti dell’Happiness-Report rispecchino lo stato d’animo di tutti i norvegesi e di tutti gli svizzeri. I tassi di suicidio o di incidenza delle patologie psichiche non sono considerati. Gli autori si limitano a identificare le basi della felicità, sta poi alle persone farne buon uso. Non è quindi una contraddizione vedere gente imbronciata il lunedì mattina alla stazione centrale di Zurigo.
Traduzione di Emilia Benghi