CorrierEconomia, 27 marzo 2017
Sergio e Donald: attrazione fatale (subito sbocciata)
Sergio, è un onore averti qui. Sapete, è venuto apposta dall’Italia per incontrarmi». Sergio Marchionne e Donald Trump non potrebbero essere più diversi per stile manageriale e di vita. Il salvataggio della Chrysler (e la successiva fusione con Fiat) era stato, poi, il fiore all’occhiello della politica industriale di Obama. I fulmini lanciati dal neopresidente contro le industrie dell’auto che producono in Messico facevano, poi, temere uno scontro violento. Invece, quando li ha ricevuti alla Casa Bianca, fra Trump e i manager dell’auto Usa è scoppiata la pace. Cementata dall’impegno delle imprese di investire e assumere negli Usa (2mila addetti Fca in più in Michigan e Ohio) e dalla promessa (vaga) del governo di rivedere i severi obiettivi di risparmio energetico di Obama. Proprio il risparmio, da ottenere portando a Detroit la tecnologia europea delle vetture leggere e a basso consumo, aveva convinto Obama a dare via libera a Fiat Chrysler. Acqua passata: l’esito delle presidenziali e il petrolio a buon mercato hanno cambiato l’equazione e un capoazienda deve essere pragmatico. E Marchionne certamente lo è. Del resto che la ricetta delle vetture dai consumi austeri negli Usa non avrebbe avuto appeal si era capito da tempo: dal flop della Dart, la prima vettura Usa basata su meccanica europea, quella della Giulietta.