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 2017  marzo 27 Lunedì calendario

La cultura secondo Muti. «Nuove regole per l’opera, non sia elitaria

RAVENNA Riccardo Muti è un simbolo dell’Italia, Firenze è un simbolo della cultura. Il primo G7 della cultura, il 30 marzo a Palazzo Vecchio (con replica il 31 all’Opera a cui parteciperà il coro) sarà suggellato dal concerto di Muti alla guida dell’Orchestra del Maggio Fiorentino. In programma Guglielmo Tell, ouverture («un inno alla libertà»), e Seconda di Brahms («la Germania è il paese che più si adopera per il rispetto della cultura»). Vi partecipano i ministri di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, Canada e il sottosegretario Usa, oltre a membri di Ue e Unesco. «Un evento nuovo e importantissimo», dice Muti nella sua casa di Ravenna. C’è una foto con Strehler: fu il grande regista a dire che «la cultura è il nostro petrolio». Belle parole rimaste nell’aria.
Maestro, cosa si aspetta dal G7?
«Sarà importante solo se alle parole seguiranno i fatti, che non sia solo una dichiarazione di nobili intenti. Ci vuole un progetto culturale condiviso, senza invidie né gelosie. Se la cultura venisse usata come elemento di crescita del turismo, porterebbe un beneficio forte dell’economia. L’Italia dovrebbe avere il record di turisti, cosa che non è. C’è qualcosa di sbagliato».
L’Italia destina lo 0,26 del bilancio statale alla cultura. Cosa chiederebbe al ministro Dario Franceschini?
«Sta lavorando bene. Intanto non ulteriori tagli, visto che per risanare le finanze (salvo che a Berlino) vengono fatti alle arti. Mi sembra buona l’idea di caschi blu della cultura a difesa delle zone di guerra. In Italia farei aprire i tanti teatri chiusi, per darli a forze locali che coltivino nuovi talenti; poi favorirei regole per aprire l’opera a tutti, non appannaggio di una élite. Lo spettacolo-evento può uccidere la cultura».
Ripensando a Strehler…
«C’è stato un lento e inesorabile cammino verso l’ignoranza generalizzata, che nasce proprio dal disinteresse per la cultura fin dalle scuole primarie. Io come studente liceale ero tenuto a conoscere l’opera di Sassetta, pittore senese non di primo piano, senza sapere nulla di Bach, Mozart e Verdi. In Italia dobbiamo essere degni del passato: noi siamo ammirati per quello che siamo stati, non per quello che siamo. Dirigendo a Chicago, vedo bravi ricercatori che abbandonano l’Italia, e lo stesso accade nei Conservatori per diplomati col massimo dei voti. Al Museo Archeologico di Napoli e a Pompei ho parlato con giovani custodi con una preparazione tale che potrebbero insegnare alle università. Un’Europa unita dovrebbe incrementare possibilità di scambio di nuovi talenti».
La Ue sembra un’oligarchia di egoismi e regole. Esiste un’identità culturale europea?
«Si avverte il vantaggio di avere una moneta unica, ma non esiste un sentire comune. Vedo nazionalismi e irrigidimenti. L’Europa è sempre stata concepita come culla della cultura non solo occidentale, la sua storia non è solo di menti e scienziati ma di guerre e di sangue. È questo rende più difficile l’intesa fra popoli diversi, come la si auspica oggi. Un tentativo di superamento delle varie divisioni fu generato da visioni culturali e soprattutto da musicisti italiani che vissero stabilmente all’estero».
Per esempio?
«Paisiello e Cimarosa a San Pietroburgo, Spontini a Berlino, Salieri a Vienna, Cherubini a Parigi, Mercadante a Madrid. Eravamo il faro che illuminava l’Europa. Haydn citava Niccolò Porpora come colui che più gli ha insegnato i segreti della composizione; Caffarelli, il castrato, raggiunse con la sua voce una tale potenza da influire sulla politica del Regno di Spagna. Col Festival di Ravenna, a Trieste abbiamo riunito serbi e croati, che non si parlavano da tanto, lo stesso tra armeni e turchi».
Si dovrebbe erigere un muro «culturale» contro la Turchia di Erdogan, quando definisce l’Olanda «un avanzo del nazismo»?
«Ogni opera d’arte è libera espressione dell’animo e va al di sopra di messaggi politici, anche se c’è stato un uso nefasto del potere, penso ai nazisti che bandirono le musiche di Mendelssohn e Mahler. Mi sono sempre battuto per la libertà d’espressione, per cui ho trovato irritante il fatto che una mia battuta scherzosa, ad alcuni melomani piangenti di Parma, su un allestimento verdiano innovativo di Graham Vick, a cui ribadisco la mia stima, sia stato amplificato in modo sproporzionato: ho lavorato in nove produzioni con Luca Ronconi, che non era certo tradizionalista. Sono fortunato e orgoglioso di essere nato in una terra che considero la culla della cultura non solo europea. Preparare il futuro è un obbligo, solo che stiamo dimenticando il passato. E questo renderà vulnerabile l’identità europea, che è dormiente, confusa, agitata. Come dicevano nell’antica Roma, bisogna che qualcosa custodisca i custodi».