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 2017  marzo 27 Lunedì calendario

Manierismo e Settecento galante: l’orizzonte del ritrattista Boldini

Nel luglio scorso, al World art museum di Pechino una studentessa dell’università Beiwai ha tentato di passare le dita sulla barba dell’antiquario Thomas Smith, dipinto da Giovanni Boldini (1842-1931) nel 1869, ma un guardiano di sala le ha bloccato il braccio in aria. «Era così vera…», s’è giustificata la giovane.
A novembre, all’Ermitage di San Pietroburgo, davanti alla fotografia di Boldini – esposta nell’ambito della rassegna dedicata al pittore ferrarese, appena chiusa – un ufficiale dell’esercito, in divisa, ha esclamato: «Sicuro che questo artista sia italiano? A me sembra un aristocratico russo dell’800». In realtà, a San Pietroburgo c’era stato un altro Boldini, Giuseppe, anche lui pittore. Era di Venezia (1822-1898) e nel 1859 era stato chiamato ad affrescare il Teatro Mariinskij e, nel 1876, i soffitti della cattedrale di San Pietro e Paolo. Curiosità.
Da San Pietroburgo a Roma. Al Vittoriano sono esposti (sino al 16 luglio) 160 lavori (dal 1865 al 1927) provenienti da musei italiani e stranieri, che danno una panoramica esaustiva dell’artista della Belle Époque, che nulla ha da invidiare ai suoi coevi francesi. La rassegna è curata da Sergio Gaddi e Tiziano Panconi. Catalogo Skira. Sterminata la biografia, con particolari inutili («Come sua consuetudine, chiese a Banti di rifornirlo di olio ma anche di vinsanto e vino». E di aglio e peperoncini, no?).
Interessante, invece, il carteggio inedito di Boldini (soprattutto con Telemaco Signorini) a proposito dell’Esposizione Universale di Parigi del 1889. Ufficialmente, l’Italia non partecipa all’avvenimento. Nondimeno («libera iniziativa») si formano due comitati: a Roma (promotore) e a Parigi (esecutivo). Boldini – che nella Ville Lumiére aveva vissuto ininterrottamente dal 1871 al 1886, adottando gusti e mode della borghesia cosmopolita e, da abile uomo d’affari, anche adeguandosi al mercato – viene chiamato a coordinare il secondo e chiede aiuto all’amico Telemaco.
A Parigi, Boldini si muove con abilità, conquistando anche il collezionismo americano (gli Usa saranno una piazza importante). Non solo: è un esempio per giovani artisti come John Singer Sargent, suggestionato dalla tavolozza romantica dell’artista ferrarese che nella ritrattistica non ha rivali. Pittore «alla moda», aiutato in questo anche da alcune amanti (come la contessa Gabrielle de Rasty: nonostante fosse altro 1 metro e 54 centimetri, Boldini aveva un successo straordinario con le donne) e amici (come il conte Robert de Montesquieu, discendente di d’Artagnan) che lo introducono nei salotti-bene della capitale.
Boldini lavora molto su commissione. E talvolta non senza polemiche. Valga per tutti il caso de L’amazzone (1878-’80), oggi di proprietà della Galleria d’arte moderna di Milano. Nell’articolo «Il Saloon a dosi omeopatiche», pubblicato sul quotidiano «Fanfulla» di Roma (14 giugno 1880), il corrispondente da Parigi, Jacopo Caponi – nelle «Note parigine» firmate con lo pseudonimo di Falchetto – scrive: «Boldini ha esposto un prezioso quadretto che rappresenta un’amazzone a cavallo. Seduta volgendo la faccia a chi la vede, e mostrando l’amena curva che fa il bel corpo sulla sella, è un gioiello di esecuzione che piace immensamente. Attira ancor di più la curiosità del pubblico, poiché si sa che il modello è la bellissima Alice Regnault, e il quadro è stato causa di uno scandaloso incidente».
Pare che Boldini avesse eseguito il dipinto per regalarlo alla donna, ma poi aveva cambiato idea e le aveva chiesto 15 mila franchi. Non è vero – precisa Falchetto —. I 15 mila franchi li ha offerti un americano a Boldini, ma «a patto di cangiare la testa!! Boldini ha rifiutato perché vuole conservarlo in ricordo dei dispiaceri che gli ha procurato».
Montesquieu, s’è detto. Nel 1897 Boldini dipinge il ritratto dell’amico dandy (che Marcel Proust farà rivivere nel barone de Charlus de Alla ricerca del tempo perduto ) che ne rimane entusiasta («Un personaggio di Shelley, il mago Zoroastro, si incontrò un giorno con se stesso, mentre passeggiava nel suo giardino. La stessa cosa, in meglio, è capitata a me: perché questo secondo me stesso (…) porta la vostra firma. (…). Il ringraziamento del modello sta nella sua alta ammirazione per il pittore, nel suo profondo affetto per l’amico»).
Boldini è un maestro dei ritratti. Saranno proprio questi a dargli la celebrità (meno convincenti i paesaggi). Nonostante viva in un clima impressionista, egli veleggia fra il manierismo secentesco di Franz Hals e il Settecento galante di Pietro Longhi e quello di sir Joshua Reynold e Thomas Gainsborough. Certo egli guarda ai contemporanei De Nittis, Fortuny e Zandomeneghi, ma anche a Manet. E a Degas (di cui era amico), il quale – come ricorda Paul Valéry – in tarda età cantava canzoni napoletane e arie dal Matrimonio segreto di Domenico Cimarosa.