Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2017
Tante ricette per trovare il «Bil»
Con il debutto degli indicatori del benessere nel Def 2017, il concetto di qualità della vita si avvicina al suo obiettivo: affiancarsi o comunque integrare il Pil come strumento di misurazione dello stato di salute di una collettività. Ormai è opinione condivisa che la ricchezza di un Paese non è data solo da merci e denaro, entrate e uscite. E il set di indicatori sui quali sta lavorando il comitato ad hoc istituito con la riforma del Bilancio lo scorso anno prende infatti ispirazione dai 130 indicatori del Bes (Benessere equo sostenibile), individuati dall’Istat per catturare quegli aspetti immateriali che contribuiscono alla vivibilità di un Paese: ad esempio l’ambiente, la salute, l’istruzione, le diseguaglianze sociali, la solidarietà.
Un impegno rilevante che fin dagli anni Settanta vede coinvolti istituzioni, governi, centri studi economici, organizzazioni ambientaliste, in gara tra loro tra nuove definizioni e metodologie di misurazione. Questa la considerazione base: i soldi non danno la misura della “felicità” di una nazione perché l’abbondanza non sempre coincide con la qualità e la sintesi che ne fa il Pil (l’indice inventato nel 1934 dal premio Nobel statunitense Simon Kuznets) presenta dei limiti. Da qui l’interrogativo: come “andare oltre il Pil”, quale altro termometro utilizzare per uscire dalla logica strettamente economica, ricorrendo comunque a dati certi?
Le risposte nel tempo sono state numerose e diverse. Eccone alcune, a partire da Robert Kennedy che, nel 1968 davanti agli studenti dell’università del Kansas affermò che «il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». Un pilastro per il calcolo della ricchezza, ma che tra i suoi addendi conta anche elementi negativi, come la produzione di armamenti, la spesa per le carceri, gli sprechi di risorse per i danni ambientali.
Al dibattito ha partecipato anche il piccolo stato del Buthan, il cui sovrano negli anni Ottanta ha voluto sostituire il Pil con il Fil (l’indice di Felicità lorda, in inglese Gross national happiness, Gnh), un sistema basato anche su alcuni criteri di valutazione morale (sviluppo sostenibile, cultura, conservazione dell’ambiente e buon governo), criteri che però hanno il limite di rispecchiare la specifica realtà, anche religiosa, di quello Stato, trascurandone altri fondamentali per l’Occidente.
Ma il lavoro più noto e corposo è forse quello della commissione voluta alla fine dello scorso decennio da Nicolas Sarkozy (presieduta dal premio Nobel Joseph Stiglitz) volta a definire il cosiddetto Bil (Benessere interno lordo), un valore in grado di misurare le prestazioni economiche e il progresso sociale. Il rapporto scaturito nel 2009 non conteneva però una formula magica anti-Pil, bensì una serie di raccomandazioni per la formazione di indicatori non convenzionali, riguardanti aspetti quali salute, istruzione, ambiente, occupazione, benessere materiale e partecipazione politica.
Più o meno le stesse aree sotto la lente del Bes, l’indice di Benessere economico messo a punto da Istat e Cnel dal 2013: non rimpiazza il Pil, ma intende integrarlo con l’esplorazione di 12 ambiti multidimensionali, includendo variabili ambientali e sociali innovative nonché valutazioni anche soggettive su benessere, equità e sostenibilità.
L’Onu, dal canto suo, utilizza dagli anni Novanta lo Human development index (Hdi, ossia Indice di sviluppo umano, Isu) per valutare la qualità della vita nei Paesi membri e stimolare politiche interne adeguate: incrocia i dati del Pil con l’aspettativa di vita, l’alfabetizzazione degli adulti e il tasso di scolarizzazione dei giovani, dimostrando come un Pil elevato non sempre si accompagna uno sviluppo sociale soddisfacente (l’ultima edizione ha assegnato lo scettro alla Norvegia, mentre l’Italia si colloca al 26° posto).
L’Ocse nel 2011 ha avviato il progetto Better Life Index (Bli), che per i Paesi membri prende in considerazione una dozzina di ambiti (dalla casa al lavoro, dall’amministrazione alla sicurezza) che consentono di monitorare la qualità della vita nel proprio Paese e di metterla a confronto con le performance degli altri Paesi e anche di costruire, attraverso una piattaforma online interattiva, una pagella personale in base alla propria percezione di felicità.
Scendendo a livello di singolo Paese, non si può non ricordare l’iniziativa dell’ex primo ministro David Cameron, che nel 2011 finanziò la National Well-Being Survey, un’indagine periodica online sul benessere sociale e fisico dei cittadini britannici. E nel filone di analisi relativo alle realtà nazionali, può ben meritare una citazione anche l’annuale ricerca del Sole 24 Ore sulla Qualità della vita che, sulla base di sei aree tematiche (benessere, lavoro, servizi, sicurezza, demografia, cultura) e 42 indicatori (36 fino al 2015) dal 1990 ogni anno confronta la vivibilità sul territorio italiano, elaborando una serie di classifiche e una graduatoria finale, con dettaglio provinciale.
Tutte ricerche e studi che, in ogni modo, non pretendono di rottamare o modificare il Pil, ma intendono piuttosto affiancarlo o integrarlo. Solo così, con una visuale più ampia, si potranno davvero individuare i punti deboli di un Paese, le potenzialità di progresso e le disparità. Con un obiettivo finale: impostare un piano di sviluppo generale e azioni di recupero particolari per quelle fasce di popolazione e di territorio più svantaggiate.