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 2017  marzo 25 Sabato calendario

«Orgogliosa di essere diversa». La top model somala: non rinuncio alla mia identità

«Tutto questo chiasso per un costume da bagno». È lo scorso novembre quando la diciannovenne americana di origini somale Halima Aden pronuncia davanti ai giornalisti questa frase: in realtà sa perfettamente che le cose non stanno così, e che lei con quel costume ha appena fatto la storia. L’indumento in questione è infatti un burkini, il completo da mare con tunica e pantaloni per musulmane praticanti, e Halima lo ha indossato a Miss Minnesota: è stata la prima concorrente a farlo (e ha tenuto anche l’hijab per coprire il capo), attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo. A distanza di pochi mesi le cose sono andate avanti: Halima è la prima top-model di religione islamica, e per di più in piena ascesa. Un bel traguardo. «Dopo lo scalpore per il concorso di bellezza mi hanno avvicinato un po’ di agenti, e ho pensato che questa potesse essere una buona piattaforma per discutere su cosa significhi la bellezza oggi e sugli stereotipi cui le donne sono sottoposte», spiega lei allegra da Londra. È lì per partecipare agli International Somali Awards, premi dedicati ai Somali che si sono distinti nel corso dell’anno. «Sono solo intervenuta alla serata. Chissà, l’anno prossimo potrebbero premiare anche me!».
Tornando alla sua carriera: a febbraio arriva la copertina del CR Fashion Book di Carine Roitfeld, riferimento di tutti i modaioli, poi lo show a New York per il brand di Kanye West e poi le sfilate di Milano, dove Halima debutta con Alberta Ferretti – che spiega di averla voluta perché il compito della moda oggi è integrare, unire e proteggere la bellezza delle diverse culture – per chiudere infine con Max Mara. «Tutti mi hanno fatto sentire a mio agio, e so che non è stato semplice: ci sono regole precise su ciò che posso indossare, devo spogliarmi in un’area privata, tutte cose insolite e complicate da organizzare. Ma è stata una gran bell’esperienza».
Halima ride spesso, anche quando parla della sua infanzia, davvero dura: è nata nel campo profughi di Kakuma, in Kenya, e fino ai sette anni quella è stata la sua vita. «Ero circondata da bambini di tante etnie: assieme a mia madre, alle mie due sorelle maggiori e a mio fratello minore erano tutto quello che avevo. Non parlavamo la stessa lingua, non avevamo giocattoli e il cibo scarseggiava, ma bastavamo a noi stessi: quel legame mi manca molto, soprattutto perché mi è stato tolto all’improvviso, senza spiegazioni. Da un giorno all’altro mi sono ritrovata negli Usa, in una nuova realtà: i primi mesi li ho passati muta in un angolo a osservare, e così ho imparato la lingua. Ecco perché sono tanto orgogliosa di essermi diplomata a pieni voti: me lo sono guadagnato». Arrivati negli Stati Uniti da rifugiati, lei e la sua famiglia hanno vissuto inizialmente a St. Louis in Missuouri per poi trasferirsi a Saint Cloud, nel più tranquillo Minnesota, su suggerimento di alcuni conoscenti: lì c’è una delle comunità somale più ampie d’America, e le tensioni oggi non mancano. «L’arrivo di Trump spaventa: stanno tutti col fiato sospeso in attesa del peggio, la paura è palpabile». È anche per loro, i suoi amici e i suoi compatrioti, che ha partecipato a Miss Minnesota: «Alcune mie coetanee musulmane avevano rinunciato allo sport perché la divisa da indossare non era adatta a loro. Non avevano nemmeno provato a cercare un’altra soluzione, e allora ho voluto dimostrare come ci sia sempre un’alternativa: se io ho sfilato in burkini in mezzo a ragazze in due pezzi, allora anche loro possono farcela. È una lezione che ho imparato da mia madre, il mio idolo: è arrivata da sola in un paese straniero con quattro figli e senza certezze, ma non ha mai mollato. Nemmeno io mi arrendo facilmente, neanche con lei: farle accettare la mia carriera non è stata una passeggiata, ma ora si è tranquillizzata». Quando parla del suo futuro però non è alla moda che pensa. «Da sempre sogno di lavorare per l’Onu e aiutare i rifugiati: in realtà collaboro già con loro, magari un giorno ci riuscirò». Tanta consapevolezza in una teen-ager sorprende: possibile che non le sia mai venuta voglia di infrangere i suoi precetti, anche solo una volta, per “essere come gli altri”? «Ma certo. Quando hai 15 anni tutto quello che vuoi è fare parte di un gruppo ed essere accettata, ma io ne ho passate troppe per rinunciare alla mia identità. E poi, è così noioso essere tutti uguali. Meglio l’unicità, la diversità, senza dubbio».