la Repubblica, 25 marzo 2017
Qui Milano qui Torino inizia la sfida all’ultimo libro
Il mio salone è più bello del tuo. Così avrebbe dovuto intitolarsi un recente incontro a Roma tra i direttori artistici delle due fiere. Poi gli organizzatori hanno preferito una formula più neutra. Però a quattro settimane dall’inizio della sfida – la fiera di Rho dal 15 al 19 aprile; il Salone torinese dal 18 al 22 maggio – la competizione esiste, eccome se c’è. Esiste anche al di là della volontà di Chiara Valerio e Nicola Lagioia, i due scrittori chiamati la prima a Milano e il secondo al Lingotto. Perché al di là di nervosismi e schermaglie, i due registi culturali confessano apertamente la non invidiabile condizione di pedine minori sovrastate da potentati editoriali e politici di cui ignorano il disegno, ossia i giganti del libro, il vertice dell’Aie, i sindaci, gli amministratori locali che tengono le fila di questo sdoppiamento. «E se non ricompongono la frattura che si è aperta tra loro, il nostro lavoro finisce per essere inutile», ripetono ora i due direttori artistici, stufi di combattere come i gladiatori nell’arena, solleticati dalle rispettive tifoserie e dalla curiosità mediatica. E allora è un bel dire che due fiere sono meglio di una, un mantra recitato soprattutto da chi difende la scelta di Rho. Si fa bella figura nel dire che trecentomila visitatori (150.000 previsti più o meno in ciascuna delle due piazze) sono meglio della metà.
In realtà le due fiere sono il frutto del divorzio tra il fronte dei colossi Gems e Mondadori (ormai inclusiva di Rizzoli oltre che di Einaudi) e un tessuto ricchissimo di media e piccola editoria, che oggi nei suoi marchi più prestigiosi sceglie di andare solo al Lingotto. Sellerio, e/o, Donzelli, minimum fax, Sur, Iperborea, Marcos y Marcos, Neri Pozza. Un pezzo significativo del catalogo diserterà la Libropoli milanese. Con la conseguenza paradossale che quella che viene presentata a Rho come la fiera degli editori rischia di diventare la fiera dei giganti. Dove non mancheranno marchi di medio e piccolo taglio – gli ubiqui Laterza e Nave di Teseo, Baldini & Castoldi e Bompiani o la preziosa Giuntina – ma restano le sedie vuote dei piccoli blasonati che preferiscono la Mole. «Anche per una ragione sentimentale», interviene Antonio Sellerio, che frequenta il salone torinese da quando aveva 18 anni. E forse non è un caso che oggi il Lingotto possa già vantare una lista di oltre settecento editori, mentre l’Aie fa le bizze prima di rilasciare i suoi numeri. Un segno di insicurezza da parte dell’associazione che ha la responsabilità della scissione da Torino. Ed è ora l’artefice della fiera milanese.
Ma anche Torino deve contare le sue ferite, con le assenze ingombranti dei grandi gruppi (che però mandano gli autori) e «per ottenere il punto vendita di Einaudi», racconta La Gioia, «ho dovuto aspettare l’esito di una lunga trattativa tra il direttore editoriale Ernesto Franco e il vertice mondadoriano». E anche sul fronte dell’editoria internazionale, la Milano dei grandi publisher appare più attrezzata. I no fanno male. Ma a patirne di più oggi – e questo sembra un altro paradosso – è proprio Chiara Valerio che ancora non si capacita del rifiuto ricevuto da Sandro Ferri, che non l’ha voluta neppure incontrare. «Ma non sono stato io a volere la rottura», obietta Ferri. «Devo ricordare com’è cominciata? I grandi editori che abbandonano il Salone di Torino, minacciando di farlo morire. E ora dovrei mandare a Rho i miei autori? Mi sembra folle». La competizione esiste, eccome. È vero che il cantiere è ancora aperto, ma sui programmi ci si imbatte in un eccesso di cautela. Milano ha già illustrato la sua formula, con il gioco dell’alfabeto che mescola alto e basso, il dissidente messicano e la nuova icona del pop Peppe Vessicchio, i dilemmi morali di Yehoshua e quelli sullo shopping di Sophia Kinsella, la sinistra pensante di Revelli e Asor Rosa e la scimmia nuda di Gabbani. L’investimento maggiore – specie sulle star internazionali – arriva dalle sigle promotrici della fiera, Mondadori e Gems, mentre Feltrinelli si limita a un solo autore straniero, dando l’impressione di voler vedere come va a finire. E quanto all’accordo con Bookcity, l’annunciata intesa sembra svanita nel nulla.
Torino tiene le sue carte nascoste, cominciando a giocare quattro settimane più tardi. Ma qualcosa trapela, come il dialogo tra il premio Nobel Svetlana Aleksievic e Goffredo Fofi, che festeggerà a Torino i suoi ottant’anni. E poi largo spazio all’America anti- Trump, con le voci critiche di librai indipendenti e autori del calibro di Lethem e Ford. E ancora si rinnova il focus sul mondo arabo. Insomma al Lingotto tra Russia, Stati Uniti e Medio Oriente la contemporaneità mantiene una fisionomia nitida. Mentre i percorsi tra Milano e Torino finiscono per sovrapporsi in quegli incroci obbligatori che sono gli anniversari- totem a cui non sfuggono neppure Totò e Stephen King.
Punti di forza e punti deboli? Lagioia si dice sicuro del suo lavoro, meno sicuro di quel che scivola sopra la sua testa. «Il sindaco Sala ha espresso disagio per lo sdoppiamento dei saloni, invocando il superamento dei contrasti. Ma in che modo? Certo non rinunciando a Rho». A Milano sono convinti che grazie ai potenti mezzi dell’industria editoriale saranno loro a uscirne vincenti, riducendosi Torino a un saloncino di scarso peso. Lagioia teme di vedere sbriciolarsi nel tempo l’edificio amorevolmente costruito, anche se Appendino non è stata avara di rassicurazioni. Dal canto suo Valerio è contenta del lavoro svolto insieme agli editori, meno dei litigi sulla scena più ampia. A complicare le cose interviene ora una nuova discussione sulla legge Levi che regola gli sconti sul prezzo di copertina: medi e piccoli invocano un ridimensionamento degli sconti al 5 per cento (contro l’attuale 15) e non trovano ostilità in Feltrinelli e Giunti, titolari di centinaia di librerie; al contrario Mondadori e Gems non ne vogliono sentire parlare.
Mentre Milano e Torino si giocano la loro sfida, molti lettori del Mezzogiorno si chiedono dove sia andata a finire l’idea di inaugurare fiere da Roma in giù (ne parlarono al principio i promotori di Milano). L’idea non è tramontata, dice Valerio. Ma al momento è difficile trovarne traccia.