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 2017  marzo 25 Sabato calendario

Prima «gagliardo», poi aggraziato. L’artista ombroso che visse due volte

«Un talento della naturale inclinazione». Questi era Guercino secondo Carlo Cesare Malvasia, biografo coevo dei pittori emiliani e romagnoli del Seicento. Con una sintesi efficace il canonico intendeva dire che Giovan Francesco Barbieri (1591-1666), detto il Guercino a causa di un forte strabismo, aveva un dono che usciva spontaneo dalle sue mani a differenza del rivale, Guido Reni, che invece portava a termine le pitture «a forza di tempo e di studiosa fatica».
Tuttavia il riconoscimento di quella facilità non era un complimento. Ai tempi in cui il Malvasia scriveva, infatti, in Europa si era già apparecchiato il grande ritorno del classicismo che spazzava via i virus aggressivi del realismo inoculati prima dai Carracci e poi da Caravaggio. Quella pittura «senza decoro» andava ricondotta a una più aggraziata «misura». Guercino era cresciuto, lo raccontava lui stesso, guardando la pala d’altare che Ludovico Carracci aveva dipinto per la chiesa dei Cappuccini, nel suo paese di Cento, proprio nello stesso anno, il 1591, in cui era nato e che per questo chiamava affettuosamente «la mia carraccina» (la cara zinna), intendendo dire che a quella pala si era nutrita la sua arte. A Bologna i Carracci avevano aperto una scuola dove insegnavano a dipingere dal vero, pratica innovativa rispetto alla tradizionale formazione accademica che prevedeva invece di copiare i grandi maestri del passato: Raffaello e Michelangelo. Malvasia, dunque, riconosceva al Guercino il talento di un «gran coloritore», ma gli rimproverava di non saper «raffaellizzare», cioè di non saper dipingere l’Idea, la perfezione che l’arte deve estrarre dalla natura imperfetta. Esattamente come aveva fatto Raffaello e proprio quello che faceva Guido Reni, «il divino». Così lodato, così richiesto, e autorità così indiscussa e ingombrante, che il Guercino non poté aprire bottega a Bologna finché il più anziano maestro non fu seppellito, nel 1642. Ma quando il Guercino prese finalmente casa in via Sant’Alò, avvenne il maleficio.
Non solo ereditò la paranoia del Reni, diventando così sospettoso e guardingo da tenere serrata la porta dello studio a chiunque non appartenesse alla cerchia famigliare, compreso il Malvasia che ne provò gran scorno e lo bollò dicendo che era «di costumi rozzissimo, incivile e ombroso». Ma, peggio ancora, abbandonò la sua «prima maniera gagliarda» per seguire «la maniera languida e di poco vigore» del Reni, campione del vincente edonismo cattolico. Un altro biografo contemporaneo, il Passeri, racconta che, assieme ad alcuni allievi, aveva visitato col Guercino la chiesa di San Gregorio dove era appesa la Vestizione di san Guglielmo del 1620. Un dipinto mozzafiato, con degli scuri che avevano incantato Stendhal e prima ancora Velàzquez, il quale da Ferrara si era fatto accompagnare a Cento proprio per visitare lo studio di quel pittore strabico.
«Ma allora bulliva il pignattone!» sbottò il pittore quando i giovani gli fecero i complimenti. Volendo dire, spiegava il Passeri, «che in quel tempo l’artista era nel fervore del suo operare». La fama del suo colorito potente era arrivata a Roma dove aveva dipinto un’Aurora per Gregorio XV in gara con quella affrescata da Reni per il cardinale Borghese. Ancora una volta fierezza contro vaghezza.
Proprio su quella «maniera gagliarda» contava anche il messinese don Antonio Ruffo che, unico in Italia, era riuscito a procurarsi una mezza figura di Aristotele di Rembrandt, dipinta con tale velocità e sprezzatura che non ne esistevano di uguali in Italia. Don Antonio individuò in Guercino l’autore di un pendant che gli potesse stare accanto e tuttavia ne rimase deluso perché l’anno seguente il nobiluomo provava a rivolgere la stessa richiesta a Mattia Preti. Insomma quella prima maniera anti-classica della sua «giovinezza arrembante e tonante», come la definiva il Longhi, gli era stata da una parte rimproverata come rustichezza da condizione paesana. Dall’altra, però, il nuovo stile della maturità venne bollato come troppo delicato e soave. Alla fine, tra Caravaggio e Reni, tra realtà e Idea, Guercino giocò una partita che cominciò a vincere solo nel secondo Novecento grazie a uno straordinario connoisseur, l’inglese sir Denis Mahon che finalmente lo riportò al centro degli studi.