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 2017  marzo 24 Venerdì calendario

Così l’Isis in ritirata sta creando i nuovi bastardi senza gloria

Sarà perché a ogni evento terroristico i giornali e telegiornali partono da Adamo ed Eva cercando un collegamento qualsiasi tra gli episodi vicini e remoti; sarà perché gli esperti si affannano a spiegare il “come” e sono sempre reticenti sul “chi” e il “perché”; sarà perché ormai abbiamo capito che il terrorismo è un affare e non soltanto dei jihadisti, ma Londra di mercoledì è come Bruxelles di un anno fa, come Berlino, come Nizza, insomma come sempre. La parte spettacolare non è più il fatto in sé, ma la sequenza che ovviamente non avendo un inizio definito, non ha una fine prevista o prevedibile. In effetti ci sono delle similarità nelle modalità di esecuzione che alimentano sia la fantasia sia la frenesia del collegamento, ma ci sono anche delle differenze che dovrebbero essere studiate meglio per capire il fenomeno e predisporre la prevenzione e la difesa. Di noto c’è la conferma di una caratteristica del terrorismo di tutti i tempi: la strategia è costante mentre la tattica è cangiante. La strategia è molto semplice: terrorizzare. Nessuno ci vuole invadere, nessuno minaccia la nostra civiltà e anche se i terroristi di oggi volessero farlo non avrebbero né i mezzi né le ideologie per avere successo. Il terrorismo tende invece a destabilizzare le aree dove sussistono sistemi sociali diversi; per questo vediamo che a rischio non sono gli Stati o le civiltà, ma le aree geografiche, economiche e culturali di confine. E non sono faglie o”cesure” nette, ma sovrapposizioni.
Siccome la percezione del terrore è un fatto psicologico, il successo della strategia dipende molto da come l’atto viene accolto dall’obiettivo della violenza. È chiaro che in Occidente, sotto questo aspetto, siamo tutti diventati psico-labili e quindi contribuiamo al successo del terrorismo. In tali condizioni, diventa importante e anche estremamente redditizio un altro elemento della strategia: la manutenzione della paura. Il costume di considerare ogni piccolo episodio un anello di uno schema globale alimenta l’efficienza della “manutenzione”. Un altro elemento della strategia del terrore è l’irrilevanza dei metodi e degli strumenti materiali. Ogni metodo va bene per la piccola manutenzione, mentre soltanto una svolta strategica comporta un cambio di paradigma. Finora l’unico cambio di strategia è avvenuto nel 1993 e non l’11 settembre 2001. Fino al 1993 la strategia terroristica rivolta in particolare contro i simboli e i protagonisti del potere mondiale, gli Usa, intendeva colpire gli americani all’estero. Nel 1993 al Qaeda fece il grande cambio: colpì gli americani a casa loro. Proprio nelle Torri gemelle. Non fu una catastrofe per un puro caso. Così come “per caso” fu il crollo delle torri otto anni dopo.
Oggi siamo ancora nella stessa fase strategica, solo che l’obiettivo si è allargato all’Europa e all’Oriente. Le forme terroristiche possono essere di attacco militare coordinato come quelle di Settembre nero, di attacco per piccoli nuclei come Mumbai, Lahore e Parigi, di commistione con la criminalità come a Madrid o di semplice strumento della Mafia italiana. Gli attacchi suicidi sono stati inventati dai giapponesi della Armata Rossa Giapponese insediati in Libano dopo essere diventati specialisti dei dirottamenti aerei. Il terrorismo di Stato sostenuto da Gheddafi non aveva alcuno scopo pratico altro che dimostrare la credibilità del Rais. Le sommosse etniche delle periferie degradate e gli attacchi dei cosiddetti lupi solitari, un tempo manovrati dai Servizi di tutto il mondo, oggi hanno trovato una nuova identità nell’affiliazione all’Isis. Tutto sommato non c’è stato alcun cambio di passo. Ma gli attacchi di Berlino e Londra si distinguono per un fattore finora poco considerato: la disperazione. I cosiddetti cani sciolti non provengono da presunte “cellule dormienti”. Il loro modus operandi non ha una pianificazione. Stranamente, ma non tanto, i terroristi sono ben conosciuti agli organi di sicurezza con i quali hanno probabilmente cooperato. Le loro azioni parlano di disperazione, frustrazione, improvvisazione, necessità di “fare qualcosa”. Da Mosul e da Raqqa stanno uscendo, e più ancora ne usciranno, combattenti che potranno vantare un curriculum di assassini, azioni nefande e faranno proseliti grazie al carisma del combattimento nei luoghi del “martirio”. Al Qaeda era credibile nel mondo islamico perché composta da Alumni afghani, mujaheddin che avevano sloggiato i sovietici. Questi terroristi europei, convertiti o indottrinati, presunti imam delle comunità islamiche di tutta Europa e i cosiddetti reclutatori, sono in crisi.
Devono dimostrare ai potenziali proseliti e mandanti di essere “qualcuno”, devono provare di non essere collusi con le polizie occidentali e devono farlo anche crepando perché la sanzione per il tradimento o l’inattività colpisce anche la famiglia. Con le sconfitte del jihadismo in Iraq e Siria la causa islamista è in recessione. Il proselitismo sta calando e dalle comunità, così come dagli sponsor, è in aumento la richiesta ai jihadisti virtuali di dimostrare di essere “veri” combattenti.
Anche con l’azione irrazionale, che comunque serve alla manutenzione del terrore. Quanti sono questi disperati? Tanti e disseminati in tutti i paesi occidentali. Chi sono? Gli organi di sicurezza conoscono benissimo i loro nomi, cognomi e indirizzi di casa. Molti sono o sono stati nei loro libri paga. Neutralizzarli non dovrebbe essere difficile. E quanti sono i potenziali disperati, quelli che si stanno macerando per la mancanza di sostegno, di guida e di credibilità? Sono molti di più e la disperazione di essere destinati a capitolare e rimanere per sempre nei ghetti è meno evidente ma non meno pericolosa. Lo spiegamento di forze dopo ogni attacco serve a noi per sperare di poter essere protetti. Ma assieme alle misure visibili servono quelle invisibili che non possono e non devono essere rivolte a tutti i cittadini, ma essere mirate alle comunità e agli individui che stanno sul punto di scoppiare. Anche questi sono conosciuti, li conoscono gli imam, le famiglie, chi dà loro lavoro e chi li odia o li ama.