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 2017  marzo 24 Venerdì calendario

Roma 2017 1957

I lettori leggeranno in questa stessa pagina un articolo che io scrissi nel novembre del 1957 sull’Espresso, otto mesi dopo i Trattati di Roma, stipulati e firmati dai paesi fondatori della Ceca, Comunità europea del carbone e dell’acciaio. I paesi erano la Germania Ovest, la Francia, l’Italia, il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo. La Ceca era il primo e concreto passo verso un’Europa inizialmente confederata, che avrebbe dovuto mettere in comune il libero scambio sul mercato europeo, gli eventuali dazi difensivi alle frontiere esterne del Continente, un sistema monetario di clearing multilaterali che ogni mese avrebbero dovuto verificare la posizione debitoria o creditrice complessiva e saldarla in dollari, la creazione di una moneta comune e di una comune Banca centrale, una comune forza militare, passando gradualmente, con l’eventuale adesione degli altri paesi del Continente che avessero i requisiti necessari per essere accettati nella Comunità europea, nella formula federale sul modello americano che avrebbe dovuto realizzare al più presto.
Sul piano istituzionale sarebbero stati istituiti poi un Parlamento tra i delegati eletti dai paesi membri e in carica per cinque anni; una Commissione con poteri governativi sulle materie messe man mano in comune; un Consiglio dei ministri formato dai vari paesi aderenti alla Comunità ben presto chiamata Unione economica e poi anche politica, e doveva approvare quel nome che solo dopo questo atto finale entrava in possesso delle sue prerogative parlamentari e le esercitava nell’ambito di una struttura ancora confederata.
Venne a quel punto creato un Comitato europeo che avrebbe studiato una vera e propria struttura istituzionale, inizialmente confederale e infine federale. La Costituzione “in fieri” studiò anche i diritti e i doveri dei singoli cittadini europei e delle loro istituzioni nazionali. Il Comitato trasmise la nuova Costituzione al Parlamento europeo che doveva dare l’approvazione definitiva. Se tuttavia uno dei paesi membri dell’Unione avesse dato risposta negativa, quella Costituzione non avrebbe potuto entrare in vigore e, solo dopo un lungo periodo, avrebbe potuto essere nuovamente rivista e ripresentata. Accadde infatti che due paesi, la Francia e l’Olanda, indissero un referendum richiesto dai loro cittadini il quale respinse la Costituzione in quanto tale e l’accordo fu di trasformarla in un testo indicativo, ma non automaticamente legislativo, che si chiamò e si chiama tuttora il Trattato di Lisbona.
Come sappiamo, a distanza di sessanta anni da quei Trattati siamo ancora in una struttura confederale e – direi – che il nazionalismo è notevolmente aumentato, anziché diminuire. La moneta comune e la relativa Banca centrale sono entrati in vigore meno di vent’anni fa, ma hanno proliferato partiti e movimenti politici contrari alla moneta comune ed anche all’ipotesi federale, per evitare la quale sono pronti ad uscire dall’Europa. Il fenomeno della globalizzazione, che nel 1957 era ancora inesistente, adesso è pienamente operativo e rende la situazione ancora più difficile.
Un Continente come il nostro dove ancora signoreggiano le singole ventisette nazioni confederate, ciascuna delle quali ha una sua politica estera, le proprie forze armate, la propria politica nei confronti dell’immigrazione – e addirittura in alcuni Paesi sono stati costruiti impedimenti anche fisici ai propri confini, come muri o fili spinati per contenere e alla fine impedire il flusso immigratorio – è molto lontano dall’aver realizzato il programma dei Trattati del 1957.
Leggendo il sottostante articolo vi renderete conto che già sessanta anni fa, e dopo pochi mesi dal primo passo verso l’Europa unita, sul settimanale L’Espresso erano state previste tutte le difficoltà che poi si sono verificate, rendendo molto difficile il cammino verso l’Europa. Spero che la celebrazione dei Trattati di Roma di domani serva a dare il necessario rilancio, senza il quale si profila per le nazioni dell’Europa una condizione di scialuppe e mari tempestosi.
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Quando iniziammo a percorrere la lunga strada verso l’Europa 
Nella primavera del 1953, quando fu creata la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, i sostenitori dell’unità politica ed economica del continente dichiararono che era stato compiuto un passo avanti decisivo. Sottoponendo ad un’autorità comune e supernazionale due settori industriali la cui attività condiziona in misura rilevante l’intero sviluppo economico, sembrava logico che il processo d’integrazione si estendesse rapidamente a tutta l’economia europea, eliminando le barriere doganali, sviluppando il commercio, accrescendo la produttività dell’industria e dell’agricoltura.
Sono passati quasi cinque anni da quella data; il periodo transitorio stabilito dal trattato istitutivo della Comunità sta per terminare; l’Euratom e il Mercato comune sono stati ratificati dai parlamenti dei sei paesi della “piccola Europa” e stanno per entrare in funzione accanto alla Comunità carbosiderurgica. Eppure, nonostante questi progressi sulla via dell’integrazione economica continentale, c’è un’aria di crisi attorno alle istituzioni europee. Un’aria, quasi, di liquidazione. Osserviamo la sessione che si sta svolgendo a Roma dell’assemblea della Ceca. Il presidente dell’Alta Autorità (cioè il presidente del governo della Ceca) è dimissionario; è venuto a Roma soltanto per dovere di protocollo, ma non ha più niente da dire o da fare.
Del resto, anche quand’era in carica, ha detto e fatto assai poco. Sono passati i tempi della presidenza di Jean Monnet, l’europeista convinto, tenace, aggressivo, che non esitava a creare incidenti e scontri coi governi dei paesi aderenti alla Comunità pur di affermare la superiorità dell’organo da lui presieduto sulle singole leggi e sulle singole politiche nazionali. René Mayer, succeduto l’altr’anno a Monnet, è un uomo di tutt’altra pasta e di differenti intenzioni. Poiché due grosse società petrolifere, la francese Eurafrep e la belga Sofina, gli hanno offerto la presidenza, non ha esitato ad abbandonare il rango di sovrano che gli compete quale presidente dell’Alta Autorità, per rientrare assai più concretamente nel “big business” della grande finanza privata.
Anche il vice-presidente dell’Alta Autorità è dimissionario: è il tedesco Franz Etzel, nominato ministro delle Finanze nel nuovo gabinetto Adenauer. Anche lui ha preferito dirigere un semplice dicastero d’uno Stato nazionale anziché restare al vertice d’una istituzione che, almeno sulla carta, dovrebbe dare istruzioni e ordini ai ministeri degli Stati membri, nelle materie di competenza.
Ma la crisi, naturalmente, non è soltanto nelle cariche direttive, sebbene questo rappresenti un sintomo non secondario della situazione. A cinque anni dalla sua fondazione la Ceca s’è resa conto che i governi nazionali continuano indisturbati ad esercitare poteri che, in base alle norme del trattato istitutivo, dovevano esser trasferiti agli organi della Comunità.
Gli interventi più gravi avvengono, com’è naturale, in materia di prezzi. Nell’ultima relazione presentata all’assemblea il 13 aprile di quest’anno, l’Alta Autorità affermava che «gli interventi dei governi di vari paesi membri nella formazione dei prezzi dei prodotti siderurgici sono diventati più numerosi e più pronunciati in questi ultimi tempi... In tali condizioni», continuava la relazione, «possono manifestarsi delle situazioni nelle quali l’interesse nazionale non coincide con gli obbiettivi della Comunità». Lo stesso inconveniente veniva segnalato nel settore carbonifero: anche qui «i governi non si sono astenuti dall’esercitare un’azione diretta sui prezzi del carbone, con conseguenze pregiudizievoli al funzionamento armonioso del mercato comune».
In che cosa consiste il contrasto di fondo fra l’Alta Autorità e i singoli governi nazionali? Può forse sembrare strano, ma una volta tanto i governi nazionali vengono accusati non già perché proteggono i produttori locali a danno dei consumatori, ma perché operano in senso opposto. La situazione ha del paradossale, ma obbedisce ad una sua logica: i governi nazionali hanno, come preoccupazione dominante, quella di contenere il rialzo del costo della vita e d’assicurare una relativa stabilità di prezzi; perciò intervengono nei settori di base (tra i quali quello del carbone e quello dell’acciaio sono principalissimi) a bloccare i prezzi o a moderarne il rialzo. La Ceca rappresenta invece, sia pure su un piano supernazionale, uno specifico settore economico; preoccupata d’assicurarne il regolare sviluppo e di non scoraggiare l’afflusso degli inve- stimenti necessari, essa vorrebbe che il livello dei prezzi e il loro eventuale rincaro si stabilissero, al di fuori degli interventi governativi, secondo il libero gioco della concorrenza. È impossibile attribuire la ragione e il torto a questi diversi punti di vista.
Sia la Ceca che i governi nazionali obbediscono ad esigenze legittime ma, purtroppo, egualmente parziali. Per superare la contraddizione non c’è che un mezzo: estendere l’integrazione a tutti i settori dell’economia europea. L’esistenza della Ceca, creando problemi e contrasti prima sconosciuti, ha dunque assolto al compito che le assegnarono i suoi fondatori, di forzare gli Stati d’Europa verso una sempre maggiore unità? Se si giudica dalle apparenze la risposta non può essere che positiva: la visione d’insieme che manca alla Comunità carbo-siderurgica, l’avremo col Mercato comune e con l’Euratom.
Ma la concreta esperienza di questi cinque anni suggerisce una maggiore prudenza di giudizio: nonostante i trattati, i solenni principi e le dichiarazioni d’intenzioni, resta il fatto che i governi nazionali continuano ad essere i soli arbitri della politica economica nei rispettivi paesi, mentre le istituzioni supernazionali hanno, finora, poco più che un ruolo di parata, unito, nella migliore delle ipotesi, a quello di raccogliere ed elaborare interessanti dati statistici, come qualunque ufficio studi ben organizzato. È ancora poco per creare l’Europa.