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 2017  marzo 24 Venerdì calendario

In morte di Tomas Milian

Tomas Milian, trovato morto per un ictus martedì sera nella sua casa a Miami, ha rappresentato il gioco dei contrari, uomo e attore dalla tripla vita artistica, fisica, politica. Fu multiforme dentro e fuori, prima attore impegnato, diretto anche da Visconti e Antonioni, poi attore popolare di western spaghetti ed infine il picco di notorietà con la macchietta trucida di Monnezza.
Nato a L’Avana il 3 marzo 1933 come Tòmas Rodriguez, di famiglia borghese, si iscrisse all’università di Miami, facendo anche commesso e cameriere per pagare i corsi e imparare l’inglese per fare l’attore. Voleva essere il nuovo James Dean, di cui aveva assunto gli atteggiamenti anche nella vita, quella scanzonata ansia esistenziale che poi lo insegue nel primo tempo della carriera, in Italia. Il primo appuntamento fatale è con l’Actor’s Studio, quando nel 1957 si reca a New York e vi si iscrive, debuttando subito in teatro con una pièce scritta per lui.
Fu l’incontro con Giancarlo Menotti, patron del neonato festival di Spoleto, a dargli un passaporto per l’Italia dove debutta con Cocteau, Il poeta e la musa, regia di Zeffirelli, e poi di nuovo in Evaristo di Molè.
Il cinema italiano è sedotto. Milian rappresentava una bellezza diversa, ambigua, sofferta, sensuale e pronta ad ogni complesso di colpa, così diversa dai nostri ragazzi della porta accanto. Diventa richiestissimo: lo vuole Bolognini per La notte brava e Il bell’Antonio, Lattuada per L’imprevisto, Giannetti per Giorno per giorno disperatamente dove soffre con l’Adagio di Albinoni, e Nanni Loy che gli affida un ruolo partigiano in Un giorno da leoni. Maselli gli offre due occasioni d’oro col dittico sugli scontri generazionali: I delfini (1960), sui rampolli bene, ed edipici, della società ricca di provincia e la noia esistenziale, e Gli indifferenti tratto da Moravia, in un cast di star. Poi è Visconti che lo sceglie per l’episodio Il lavoro, da un racconto di Maupassant. E prima di arrivare a Identificazione di una donna di Antonioni, summa del periodo della incomunicabilità e dell’amore che soccombe al tempo, destinato a spegnersi, Milian centra bersagli col Disordine, debutto di Brusati sempre nella Milano borghese del boom, fa una comparsa da centurione nella Ricotta di Pasolini e diventa Raffaello formato export kolossal nel Tormento e l’estasi di Reed.
E dopo aver espresso così bene i tormenti di un giovane anni 60, Milian si butta verso le frontiere del western spaghetti, famoso per i suoi messicani poveri e ribelli, cenciosi e indomiti come Tepepa, ma anche nei violenti La resa dei conti e Faccia a faccia di Sollima con Volontè. La sua ansia, nascosta sotto l’action dei poliziotteschi, torna per il debutto della Cavani con I cannibali e in Banditi a Milano di Lizzani. Partecipa perfino a The last movie di Dennis Hopper ma l’adesione del grande pubblico scatta nel genere poliziesco, quando Milian diventa il commissario Giraldi nei film di Lenzi, Martino e Bruno Corbucci, che l’ha diretto in decine di squadre antiscippo e antifurto e antitruffa, in Assassinio sul Tevere, la deriva romanesca di Delitto in formula uno e Delitto al blue gay; o quando si adagia nella crassa volgarità di Monnezza, piccolo criminale borgataro romano, parente lontano dell’Accattone.
C’era stato il Milian dei grandi autori e ora, in un fisico molto ingrassato e quasi deturpato dai trucchi, c’è il Milian nazional popolare della macchietta. L’ultima parte della carriera, dopo aver giocato su tutti i tavoli, anche il thriller di Fulci e la commedia sganassona di Corbucci e di Festa Campanile, se la gioca tra Italia, Francia e Stati Uniti, ma era una maschera ormai irriconoscibile passata forse attraverso troppe mutazioni antropologiche.
Ha raccontato l’amica Monica Cattaneo che il suo desiderio era di tornare a Roma e di vivere gli ultimi anni lì. Non si sa nulla dei funerali, a parte la volontà di essere cremato.