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 2017  marzo 24 Venerdì calendario

Cinque salvataggi e troppa austerità

Qual è il bilancio delle operazioni coordinate di salvataggio lanciate nell’Eurozona dal 2010? Su cinque azioni lanciate, quattro si sono concluse con successo (Irlanda, Portogallo, Spagna, Cipro) e una, in Grecia, risulta ancora aperta. Di certo alla fine di questa straordinaria prova di forza(a cui si è poi aggiunto il «whatever it takes» del presidente della Bce, Mario Draghi) per preservare l’euro possiamo dire che la crisi dei debiti sovrani ha provocato la creazione dell’Esm che si candida a diventare in futuro il Fondo monetario europeo e forse qualcosa di più.
Di nuovo la crisi greca
Il Pil è sceso, come una doccia fredda, dell’1,2% nel quarto trimestre 2016 rispetto al terzo e dell’1,1% anno su anno. Una cattiva notizia per il premier greco, Alexis Tsipras, e i creditori della Ue e del Fmi: le prime stime indicavano un calo solo dello 0,4% nel quarto trimestre e addirittura un rialzo dello 0,3% su anno. Il dato rischia di mettere ulteriore pressione sui negoziati tra Atene e i creditori internazionali per la seconda revisione del terzo programma di salvataggio da 86 miliardi di euro. Intanto i depositi bancari ellenici sono scesi al livello più basso dal 2001. Un segno di nervosismo degli stessi greci sull’andamento del terzo salvataggio dopo i primi due da 240 miliardi di euro complessivi.
Atene ha fatto i compiti a casa, raggiungendo un pareggio nelle partite correnti con l’estero e un avanzo fiscale primario dell’1%, vale a dire quanto incassa più di quanto spende con esclusione del pagamento degli interessi sul debito. Un risultato eccezionale: eppure ancora non basta. I falchi del Nord pretendono il 3,5% di avanzo primario (cifra ritenuta dal Fmi irrealizzabile). Per dare l’ennesima tranche di aiuti che transitano solo un secondo ad Atene e tornano subito nelle casse dei creditori, gli europei e il Fmi si sono accordati per chiedere nuova austerità per 3,6 miliardi di euro, pari al 2% del Pil. Le clausole di salvaguardia, che scatterebbero solo se non venisse raggiunto l’obiettivo dell’avanzo primario al 3,5% del Pil, consistono nei soliti tagli alle pensioni e misure per ampliare la base imponibile alzando i limiti di esenzione appena abbassati.
Ma ulteriori tagli alla spesa sociale, in particolare per le pensioni che sono già passate attraverso 11 decurtazioni dal 2010 con il 50% della popolazione che vive solo di rendite previdenziali, sono difficili da far passare dopo otto anni di austerità. Il 15% della popolazione greca, 1,6 milioni, vive sotto la soglia di povertà con un reddito inferiore a 180 euro al mese, 6 euro al giorno. Cifre da terzo mondo.
La situazione è ancora ben lontana dai livelli pre-crisi, visto che in cinque anni sono stati “bruciati” ben 25 punti di Pil. Gli effetti della cura shock imposta dalla troika a partire dal 2010 si sono fatti sentire: la ricchezza pro capite è crollata in cinque anni del 16%, il tasso di disoccupazione è raddoppiato e ora è al 25%, il più alto della Ue, mentre una persona su tre è a rischio povertà.
La «tigre celtica»
A Dublino il programma di salvataggio da 85 miliardi (67,5 ricevuti dai partner e istituzioni internazionali) si è concluso nel 2013 e l’Irlanda è stata considerato un “allievo modello”. La tigre celtica ha dunque superato la crisi? Guardando i dati macroeconomici sembrerebbe proprio di sì. Nel 2015 il Pil ha registrato un balzo del 26%: un ritmo impressionante, che l’ufficio di statistica irlandese ha spiegato con una serie di voci eccezionali, tra cui il trasferimento di alcune multinazionali attirate dalla imposizione societaria al 12,5 per cento. Quest’anno comunque, secondo l’Outlook europeo, Dublino dovrebbe crescere del 3,4 per cento. Il deficit, balzato nel 2010 al 32% del Pil spinto dai costi legati al salvataggio degli istituti di credito, nel 2017 si è attestato allo 0,6%, molto al di sotto della soglia del 3% prevista da Maastricht. La disoccupazione è al 7%, ma un giovane su cinque non ha un lavoro.
Secondo alcuni analisti comunque la situazione finanziaria complessiva del Paese non è ancora ristabilita. Il debito pubblico è al 73% del Pil, mentre quello privato supera ampiamente il 200 per cento.
I problemi di Lisbona
In Portogallo la rete del salvataggio internazionale da 78 miliardi di Ue e Fmi ha funzionato dal 2011 a metà del 2014. Nel 2017 l’economia risolleverà la testa a un passo accettabile (+1,7%) ma il reddito pro capite è ancora in calo. «Le prospettive di bilancio – hanno scritto la Commissione Ue e la Bce – presentano ancora rischi in aumento», mentre «l’alto indebitamento di tutti i settori dell’economia e la rigidità del mercato del lavoro frenano la ripresa». A preoccupare è ancora una volta il debito pubblico al 130% del Pil, in aumento rispetto al 2010, mentre l’indebitamento con l’estero supera il 100 per cento. I senza lavoro sono al 10,1%, ma per i giovani la quota balza al 25% per cento.
La ripartenza spagnola
La Spagna è un caso a sé. A Madrid il programma di aiuti, pari a 41,5 miliardi e concluso nel 2014, è stato delimitato al solo settore finanziario, senza il monitoraggio della troika. Il Paese iberico, come in una ripartenza calcistica, dovrebbe crescere nel 2017 a un ritmo del 2,3% dopo aver superato il 3% per due anni, ma la Commissione Ue non esclude inciampi: la disoccupazione in netto calo ma prevista al 17,7% (con quella giovanile oltre il 40%), il deficit ancora eccessivo al 3,5% del Pil e l’alto livello di debito al 100%. Insomma gli aiuti hanno fatto superare il momento di crisi ma trascinato con sé dosi d’austerità i cui effetti a volte, come le tossine, tornano a farsi sentire sul percorso di crescita.
Il fondo salvastati
All’inizio della crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona sono stati predisposti i prestiti bilaterali fra Stati, poi è arrivato l’Efsf e infine è sorto l’Esm, (l’European Stability Mechanism), il fondo salvastati europeo, guidato dal tedesco Klaus Regling, che ha sborsato (insieme all’Efsf) 264,8 miliardi di euro di prestiti e che ha ancora una capacità di fuoco per altri 375 miliardi di euro. Il debito greco, che secondo l’ultimo report sul paese del Fmi «non è sostenibile», ammonta a 295 miliardi di euro: l’Esm potrebbe “comprarlo” tutto se solo volesse mettere fine alla lunga tragedia greca. Secondo il Wall Street Journal 131 miliardi di euro di debito greco spettano all’Efsf,l’antesignano dell’Esm, che ne detiene altri 30 miliardi di euro, per un totale di ben 161 miliardi di euro.
Secondo il sito dell’Esm il 50,2% del debito pubblico greco è in mano all’Efsf/Esm. Insomma l’area euro starebbe facendo uno sforzo senza precedenti per rimettere in carreggiata l’economia greca. «Il pacchetto di prestiti concessi dall’Esm e dal Efsf è tra i maggiori che il mondo abbia mai visto», dice un recente report Esm sul terzo piano di aiuti alla Grecia.
E l’Esm è pronto ad assumersi nuovi incarichi di sorveglianza dei conti verso tutti paesi dell’Eurozona, come ha auspicato, non senza polemiche, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble.