Corriere della Sera, 23 marzo 2017
Dentro Westminster sotto assedio: «Sparano, aiutateci»
Londra Attacco al cuore della democrazia britannica: il Parlamento di Westminster ha vissuto ieri una giornata di guerra dopo che un terrorista ha falciato la folla a bordo di un’auto e poi si è scagliato contro i poliziotti armato di un coltello, prima di essere abbattuto dagli agenti di guardia. Il bilancio è pesante: tre persone sono morte investite, un poliziotto è rimasto ucciso dalle coltellate. Almeno quaranta sono i feriti.
Tutto è cominciato poco prima delle tre, quando un’auto si è lanciata a tutta velocità sulla folla che passeggiava come ogni pomeriggio sul ponte di Westminster, quello che collega la ruota di Londra con il Big Ben. Tre passanti, fra cui almeno una donna, sono rimasti uccisi, mentre tra i feriti si contano alcune studentesse francesi in gita scolastica e dei poliziotti che tornavano da una premiazione. Una donna è stata sbalzata nel Tamigi ma è stata soccorsa e portata in salvo.
L’attentatore ha concluso la sua corsa schiantandosi contro la cancellata del Parlamento. Uscito dall’auto, è entrato di corsa nell’area recintata e ha accoltellato a morte un poliziotto, poi ha tentato di colpirne un altro ma è stato abbattuto con diversi colpi. «È il giorno per il quale ci eravamo preparati ma che speravamo non accadesse mai: ora è diventato realtà», ha dichiarato in serata il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley.
Poi parla Theresa May, che era lei stessa in Parlamento ed è stata rapidamente messa al sicuro. Il suo è un discorso sui valori, quelli rappresentati da Westminster: «I terroristi hanno scelto di colpire nel cuore della nostra capitale, dove persone di tutte le nazionalità, religioni e culture si radunano per celebrare i valori di libertà, democrazia e libertà di parola: ogni tentativo di sconfiggere quei valori con la violenza è destinato a fallire».
Eppure la giornata a Westminster era cominciata come tante altre. La mattina le scolaresche e gli altri visitatori sfilavano tra i banchi vuoti dei Comuni e dei Lord, dove nessuno può sedersi a meno che non sia un deputato. Poi a mezzogiorno era stata la volta del question time di Theresa May, il fuoco di fila di domande cui ogni mercoledì viene sottoposto in aula il primo ministro. Temi del giorno del tutto inoffensivi: la riforma scolastica e il referendum scozzese.
A pranzo il ristorante dei Comuni era gremito come sempre, con i tavoli divisi per appartenenza politica, tranne quello bipartisan dei giornalisti stranieri. Nel primo pomeriggio i Lord stavano per iniziare il dibattito sulla legge per l’educazione mentre, in una sala attigua, Lord Boswell di Aynho spiegava ai reporter la centralità del Parlamento.
Nessuno lo ha preso sul serio più dell’attentatore. Attraverso la finestra si sono sentite arrivare dalla strada urla e detonazioni. Pochi secondi di sorpresa e si è capito che il Parlamento era sotto attacco. Tutte le sale sono state immediatamente bloccate e i corridoi invasi da agenti armati: è il lockdown, nessuno può più entrare o uscire. I funzionari rimasti in sala ricevevano notizie frammentarie dall’esterno, ma col passare dei minuti il quadro del dramma che si svolge a pochi metri di distanza si fa chiaro.
Passa una mezz’ora di attesa concitata e le porte vengono aperte: comincia l’evacuazione. Lungo i corridoi agenti speciali in jeans e t-shirt, con i bicipiti tatuati, il passamontagna sul volto e i visori notturni sulla testa lanciano ordini secchi. Una giovane poliziotta equipaggiata come Terminator urla: «Presto, da questa parte, muovetevi». A ogni angolo i tiratori scelti puntano i fucili nelle quattro direzioni, passando si vede una grande sala dove è stato radunato tutto il personale di servizio.
Alla fine si viene ammassati in uno dei cortili mentre gli elicotteri volteggiano sulle teste. Tutt’attorno il centro di Londra è un’area spettrale: traffico chiuso, metropolitana sospesa, il ponte aperto solo ai mezzi di soccorso.
Gli agenti passano al setaccio tutto Westminster nel timore che ci possano essere dei complici all’interno. L’attesa si fa snervante. Nei corridoi si vedono persone sdraiate a terra, donne che girano scalze, bagni presi d’assalto. Fra i tanti c’è anche Lord Cormack: «Certo che siamo rimasti calmi in aula, siamo britannici, mio caro! In questo Paese non sappiamo cos’è il panico. Sono stato in Parlamento per 47 anni e ricordo il giorno in cui ci hanno bombardati durante la guerra. Ma questa non lo è, non dobbiamo cedere alla paura».
La polizia procede alla bonifica dell’edificio da più direzioni e si viene sospinti tutti nella Great Hall, la parte più antica di Westminster, la grande sala dove vengono esposte le salme dei sovrani defunti e dove i leader stranieri tengono i discorsi solenni. La scena è surreale, si vedono anziani lord e baronesse seduti sui gradini per la stanchezza, altri che filmano o scattano foto: non si era mai visto nulla del genere sotto queste volte.
Ma non è finita: tutte le persone che erano dentro il Parlamento, Lord, deputati, giornalisti e visitatori, vengono fatte uscire e scortate dentro l’adiacente abbazia di Westminster: l’unico edificio nei dintorni in grado di contenere una simile folla.
All’interno, i paramenti dei pastori anglicani si mischiano ai mitra degli agenti, i sacrestani tolgono i libri dei canti dagli scranni del coro per far sedere le persone, le diacone scortano verso un punto di ristoro improvvisato. È come in guerra, le chiese usate come rifugio. Ma è tanta la compostezza di tutti che potrebbe apparire da lontano come una messa particolarmente gremita. Anche una mamma con in braccio un neonato non fa una piega.
Dal pulpito gli agenti spiegano che dovranno raccogliere le testimonianze di chi ha visto qualcosa: a coordinare le operazioni, un ufficiale sikh col turbante in testa. Questa è pur sempre la Londra multietnica del sindaco Sadiq Khan.
Gli altoparlanti danno notizia delle vittime, si intona una preghiera. Poi le ore passano, la stanchezza prende il sopravvento, la cattedrale si trasforma in un bivacco, con gente sdraiata contro le colonne o a caccia di una presa per il telefono.
Solo a sera si viene lasciati uscire, dopo essere stati identificati uno per uno. Fuori, le troupe delle tv britanniche sono a caccia di testimonianze, le strade sono deserte, gli elicotteri continuano a ronzare. Ma fatte poche centinaia di metri, i pub già si animano di nuovo. Ci vuole altro per abbattere lo spirito di Londra.