la Repubblica, 23 marzo 2017
La breccia fatale nel modello inglese
Lo hanno chiamato Contest ossia la Sfida. E la strategia antiterrorismo britannica è il modello più imitato e discusso in tutto l’Occidente, che ha garantito quasi dodici anni di sicurezza. Un piano concepito nel 2003 e incrementato dopo lo shock del 7/7, le stragi londinesi del sette luglio 2005 che hanno provocato 52 morti e 784 feriti. Da allora la Gran Bretagna ha avuto una lunga stagione serena, celebrando senza problemi le Olimpiadi e tenendo lontano fino a ieri lo spettro del terrore jihadista.Il Piano Contest è basato su quattro P: Prevenire, Proteggere, Preparare, Perseguire. Il pilastro fondamentale è proprio la prevenzione: sulla scia del multiculturalismo sostenuto da Tony Blair, si punta ad eliminare le radici dell’odio, collaborando con le comunità musulmane che nel 2011 contavano 2 milioni e 700 mila fedeli. Gli attentatori non sono stranieri, ma cittadini britannici nati e cresciuti in patria. Come quelli usciti dalla moschea londinese di Finsbury Park, costruita accanto allo stadio dell’Arsenal e culla del jihadismo Made in Uk.Dal 2003 Finsbury Park è il banco di prova di questa strategia: trasformare il covo dell’estremismo nel luogo dove diffondere una visione moderata dell’Islam, rispettosa non solo delle leggi ma anche dei valori di convivenza della società britannica. Lì dove predicava Abu Hamza al-Masri, che aveva perso un occhio ed entrambe le mani confezionando ordigni in Afghanistan, poi sono arrivati imam che invitavano a rinnegare la violenza e a parlare con la polizia. La stessa operazione lanciata in tutto il Paese, coinvolgendo i capi religiosi per contrastare il messaggio del fondamentalismo e creando un Consiglio nazionale delle moschee.Anche gli apparati di sicurezza hanno intensificato gli arruolamenti di musulmani e cittadini con origini pachistane, bengalesi, mediorientali e africane. Nei ranghi di Scotland Yard sono entrati trecento poliziotti di fede islamica, altri tremila hanno indossato l’uniforme nel resto del Paese. Lo stesso ha fatto l’intelligence: gli agenti dell’MI5 sono raddoppiati, portando a 4000 l’organico con una massiccia immissione di operatori che parlano arabo. Personale in divisa o sotto copertura che conosce la cultura e le abitudini, sa come dialogare e distinguere chi può essere recuperato e chi va combattuto.Alle forze dell’ordine sono stati concessi poteri straordinari, come la possibilità di mettere in cella i sospetti per 24 giorni – poi ridotti a 14 – e l’accesso senza autorizzazione della magistratura ai messaggi scambiati via mail o sulle chat online. Misure molto criticate perché considerate una “ferita alle regole democratiche”. In genere, solo un terzo dei fermati è stato poi incriminato e circa un quarto condannato. Ancora più larga la battaglia alla propaganda fondamentalista su Internet: ogni mese dodicimila tra siti e chat sono stati oscurati dagli infiltrati sul web.Mentre l’intelligence di altre nazioni, come gli Usa o la Francia, ha dato priorità allo spionaggio elettronico, privilegiando ogni forma di intercettazioni, Londra è rimasta ancorata alla tradizione di 007: pur incrementando una possente rete di sorveglianza delle comunicazioni, ha potenziato l’humint ossia gli agenti sul campo e la raccolta di informazioni dirette.Il cammino per coinvolgere le comunità musulmane non è stato semplice. Già nel 2006 alcuni ministri laburisti si sono mostrati scettici: «Il sostegno è solo di facciata, in realtà diverse moschee continuano a proteggere i fondamentalisti». Poi con il governo conservatore di David Cameron c’è stato un cambiamento drastico, fortemente voluto da Theresa May, l’allora ministro degli Interni e oggi premier. Non sono stati considerati “comportamenti radicali” solo quelli che incitavano direttamente alla violenza, ma anche i discorsi contrari all’Occidente, come la condanna delle missioni omicide dei droni in Yemen o in Somalia. Un allargamento chiesto dall’intelligence per «combattere il mimetismo dei sostenitori dell’Isis o di Al Qaeda, che si sono fatti più scaltri calibrando i loro sermoni per sottrarsi ai controlli». Inoltre polizia e intelligence hanno avuto la facoltà di proibire ai sospetti l’accesso a Internet, l’uso del telefono, la frequentazione di alcune persone o di alcuni luoghi, fino alla possibilità di imporre l’obbligo di residenza e la reperibilità in determinati orari. Misure dure e spesso arbitrarie. Tanto che per la prima volta dal 2003 in molte moschee il dissenso verso i provvedimenti è diventato esplicito, incrinando le speranze di collaborazione.Oggi il giudizio sull’operazione prevenzione è assai controverso. Di sicuro è riuscita a creare “un ponte tra le civiltà”: un rapporto di fiducia tra le autorità statali e la maggioranza dei leader religiosi, sinceramente impegnati nella lotta al terrorismo. Non è stata però in grado di avere un impatto nella comunità musulmana, che resta in gran parte diffidente. Ma per superare questa barriera non bastano gli slogan contro la violenza e le “prediche moderate”: ci vuole una vera integrazione, sociale e politica. Un percorso che richiede molto più tempo e risorse ingenti, soprattutto nelle periferie, mentre ora l’inizio della Brexit e il nuovo vento isolazionista rischiano di seppellire un decennio di iniziative positive.