la Repubblica, 23 marzo 2017
Pechino contro Seul, la guerra del calcio tra missili e business
La prima guerra del football d’Asia ha già fatto la sua vittima. Il capientissimo Helong Stadium di Changsha, ottimisticamente tarato per contenere fino a 55mila spettatori, per questione di sicurezza stasera potrà ospitarne soltanto 31mila: oltre, ovviamente, agli 11mila tra poliziotti e altri responsabili dell’ordine pubblico chiamati a vigilare in questo che è improvvisamente diventato uno dei match più blindati della storia. E non per merito, o demerito, di Pechino o Seul. Tutta colpa del solito Kim Jong-un, che a furia di giocare con i missili, lassù in Corea del Nord, ha scatenato la reazione degli americani, corsi a installare nel sud della penisola lo scudo chiamato in acronimo Thaad, che serve a difendere le basi e i 28mila soldati yankees nella regione ma anche – sostengono i cinesi – a buttare un occhio con i suoi radar su quel che combina il Dragone.
C’è poco da scherzare: l’ultima provocazione, fortunosamente fallita, è arrivata ieri mattina, con l’ennesimo lancio del missile nordcoreano verso il Mare del Giappone. La tensione è dunque altissima. Solo che i cinesi, invece di prendersela direttamente con gli americani proprietari del Thaad, con i quali invece stanno trattando il cerimoniale per l’attesissima visita del presidente Xi Jinping al golf resort in Florida di Donald Trump, hanno scatenato l’ira funesta contro Seul. Tanto che i coreani sono dovuti ricorrere all’Organizzazione mondiale del commercio per denunciare il boicottaggio di Pechino. Film, cartoon, le canzoni del K-pop: tutto quello che è coreano, in Cina, di questi tempi è kaput. I viaggi turistici sono sconsigliati: e un paio di compagnie aeree low cost hanno dovuto sospendere i viaggi per mancanza di passeggeri. I supermercati di Lotte, gigante coreano che qui va per la maggiore, praticamente deserti: l’80 per cento anzi chiusi, con le immagini che in rete diventano virali della ribellione di casalinghe disperate, riprese a distruggere la mercanzia. Perfino un torneo di golf sospeso. E figuriamoci, dunque, se nella disfida non potesse finire il calcio che è lo sport preferito dal presidente Super Xi.Non che per la verità ci si aspettasse chissà che folla per il ritorno di questa Cina-Corea del Sud, che sarà anche una classica da queste parti ma finora havisto il Dragone spuntarla contro gli eterni rivali una volta soltanto su 28: non proprio una performance statistica da invogliare i tifosi a tornare a urlare forza Cina. Per carità, a leggerla sempre sotto l’aspetto statistico stavolta dovrebbe essere quella buona per la nazionale dove grazie a mister Marcello Lippi c’è anche un pizzico d’Italia: imbattuti da otto incontri, i cinesi potrebbero finalmente cogliere la prima vittoria da quando sulla panchina, a cavallo dell’anno, è stato chiamato il coach campione del mondo, e ora anche di ingaggi visti i 40 milioni di euro in due anni di cui si favoleggia. È sempre alla matematica che restano ancora appese le speranze di Pechino: bisogna vincerla per forza, questa partita, se si vuole tenere ancora accesa la labilissima speranza di passare il turno per i mondiali, in questo girone dove la Cina viaggia ancora buon’ultima, 2 soli punti in saccoccia, contro i 10 della Corea, che all’andata è riuscita a superare i rivali solo di poco, in casa, per 3-2. Ma bisogna vincerla per forza, questa partita, anche per dimostrare adesso la superiorità se non calcistica almeno nazionale.«Ogni grande evento sportivo è imbevuto per Pechino di questo senso della politica e del potere» dice a Repubblica Simon Chadwick, il professore dell’Università di Salford, Manchester, tra i massimi esperti mondiali del calcio cinese. «Ma l’irritazione nei confronti di Seul ha ancora di più esaltato questo atteggiamento competitivo». I poveri sudcoreani sono così allarmati che l’ambasciata in Cina ha dovuto lanciare unalert ai suoi concittadini invitando, piuttosto comicamente va detto, a «esultare per la Nazionale nel modo più ordinato e composto possibile»: una raccomandazione che mette a dura prova anche la proverbiale compostezza asiatica. A riscaldare il match, come se non bastasse la location, cioè la città dove la tradizione vuole che un certo Mao Zedong si convertì al comunismo, ci s’è messo anche quel genio – istigato chissà da qual partito – che ha pensato bene di distribuire stasera, gratuitamente, le magliette rosse con la scritta “La guerra di Changsha”. Conferma Chadwick il prof: «Quando gioca la Cina non è mai solo e soltanto un gioco. E pensate che cosa succederebbe se dovesse vincere la Corea del Sud: davvero qui si scatenerebbe la guerra del football». La prima guerra del football d’Asia: sperando che almeno spenga quella vera.