Il Sole 24 Ore, 23 marzo 2017
A Genova la guerra di tutti contro tutti sulle ceneri di 3,4 miliardi bruciati
C’è una data, forse, che più delle altre per Carige ha segnato l’inizio della fine: lunedì 25 febbraio 2013. Nelle stesse ore in cui l’Italia si scopriva ingovernabile, con il Pd di Pierluigi Bersani uscito malconcio dalle urne delle elezioni politiche chiuse alle 15, il cda presieduto da Giovanni Berneschi approvava una manovra da 800 milioni. Prima avvisaglia di una nuova stagione di aumenti per tutto il settore, primo segnale di una crisi che a Genova fino a quel punto si era considerata “sotto controllo”; ironia della sorte, al centro di quello che all’epoca venne presentato come un «piano di rafforzamento» figurava la cessione delle due compagnie assicurative, oggi al centro dello scontro finale.
Quattro anni, questi, in cui gli azionisti hanno pagato il prezzo più salato: poco meno di tre miliardi e mezzo. Cioè tutto quello che la banca ha bruciato in Borsa da inizio 2013, quando viaggiava intorno ai 2 miliardi di capitalizzazione, fino a oggi, di poco sopra i 200 milioni. E in mezzo ci sono stati due aumenti di capitale, da 800 e 850 milioni: in totale, Carige ha distrutto 3,450 miliardi.
Un buco troppo grande per poter essere generato in soli quattro anni, e infatti tutti concordano sulle responsabilità precedenti, accumulate ad esempio nei 25 anni di gestione a cura di Giovanni Berneschi, giusto un mese fa condannato a otto anni e due mesi di reclusione. Ma il buco resta e così sulla gestione della crisi, una volta conclamata, da mesi è guerra di tutti contro tutti, e in particolare della banca contro i suoi amministratori passati, la Vigilanza, il fondo Apollo. Con un risultato, quanto meno curioso: martedì prossimo, in assemblea, i soci si troveranno a votare un’azione di responsabilità “collettiva”, contro Berneschi e poi contro Pierluigi Montani e Cesare Castelbarco, cioè gli uomini scelti dalla Vigilanza per riparare i danni del padre-padrone.
Il socio di maggioranza, cioè la famiglia Malacalza che sulla banca ha investito circa 250 milioni per una quota che oggi ne vale circa 35, sicuramente voterà a favore. Gli altri? Si vedrà. I tre miliardi e mezzo svaniti senz’altro bruciano. Ma, in fondo, non sono altro che la reazione del mercato a quattro bilanci consecutivi chiusi in rosso, con perdite accumulate per 2,730 miliardi.
Del fatto che la situazione ormai stesse scappando di mano, d’altronde, si aveva la piena consapevolezza dentro e fuori dalla banca giàil 2 agosto del 2013, quando – mentre il cantiere del piano faticava a mettersi in moto – le dimissioni di 8 consiglieri facevano decadere il board. Un mese dopo, la designazione da parte della Fondazione (ancora socia al 47%) di Cesare Castelbarco per la presidenza, a cui il 25 ottobre si affiancava Piero Montani come ceo. Neanche due settimane e l’arrivo del manager con fama di risanatore faceva comparire due miliardi di svalutazioni sui crediti nella trimestrale, un campanello d’allarme in più per una crisi che negli stessi giorni investiva la stessa Fondazione, dove il 30 ottobre era stata sfiduciata un’altra figura simbolo, il presidente Flavio Repetto.
Passa un anno, la banca chiude un primo aumento da 800 milioni e – mentre sta chiudendo la cessione delle due compagnie assicurative ad Apollo (che batte al fotofinish i tedeschi di Talanx e un altro fondo, Aquiline) – arriva un’altra mazzata dalla Bce: insieme a Mps, Carige viene bocciata al comprehensive assessment fatto insieme all’Eba, e si rende necessario un nuovo aumento. La banca gioca d’anticipo: a 24 ore dalla pagella convoca il cda e comunica al mercato di aver già ottenuto la pre-garanzia di Mediobanca per una nuova manovra fino a 650 milioni (che poi diventeranno 850).
Il mercato nicchia, serve un socio stabile e nel marzo 2015 compare la famiglia Malacalza, che compra prima dalla Fondazione e poi dai francesi di Bpce. Si chiude l’altro aumento e si apre una fase di relativa calma: «Ho un buon rapporto con il presidente Castelbarco e un bellissimo rapporto con Montani», dice Vittorio Malacalza a Il Sole nel giugno 2015, annunciando l’auspicio di confermarli entrambi. L’asse sembra solido, tanto è vero che a proposito dei soci Montani il 17 dicembre parla di «un parterre d’eccezione». Ma dura poco: il 2016 inizia malissimo per le banche, soprattutto per chi è zavorrato dagli Npl. In questo clima, il 12 febbraio la famiglia Malacalza auspica unricambio totale in consiglio, poi materializzatosi con l’arrivo di Giuseppe Tesauro e Guido Bastianini. Cos’era accaduto nel frattempo? Due giorni prima Apollo era tornato a farsi avanti con 1,2 miliardi, per acquistare gli Npl prima e per un altro aumento poi: l’offerta viene discussa una settimana dopo durante una riunione del board a cui partecipa in collegamento telefonico anche il direttore generale della vigilanza microprudenziale di Bce, Ramòn Quintana, che da Francoforte suggerisce di «valutare attentamente» le offerte sul tavolo, a partire da quella di Apollo, secondo la ricostruzione contenuta nei verbali dell’organo.
Formalmente, il dossier è rimasto sul tavolo fino al 29 aprile successivo, quando il nuovo cda targato Malacalza l’ha chiuso definitivamente. Meno di due mesi dopo, il 17 giugno, la banca ha deciso di citare in giudizio Montani, Castelbarco e alcuni esponenti di Apollo per la vendita delle assicurazioni del 2015. L’azione legale, che ha innescato la violenta reazione del fondo con minaccia di una causa miliardaria, ha bisogno del supporto dell’assemblea, e così martedì verrà sottoposta ai soci. Con un dettaglio: il 24 febbraio scorso tra i destinatari è comparso anche Giovanni Berneschi, condannato per truffa – come si diceva – proprio due giorni prima.
.@marcoferrando77