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 2017  marzo 23 Giovedì calendario

Progetto folle: più sei vecchio, più tasse paghi

L’idea piace, da un pezzo, all’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, oggi «solo» consigliere di Matteo Renzi, Tommaso Nannicini: legare le tasse all’età di chi le paga. È la carta a sorpresa che l’ex premier candidato alle primarie del Pd, con l’intenzione di riprendersi prima il Nazareno a maggio e poi palazzo Chigi nel 2018 vuole giocarsi nella doppia corsa elettorale. Un modo come un altro per strizzare l’occhio ai giovani, quelli che probabilmente sono più restii a votarlo. «Meno disagio giovanile» è lo slogan già pronto per le campagne, c’è da scommetterlo. 
Si tratta di una rivoluzione, ragion per cui il consenso è indispensabile. E a giocare di sponda con Nannicini, ieri, è stata la Fondazione Visentini, ente che ha fortissimi legami con l’Università di Confindustria, la Luiss di Roma, e con la stessa organizzazione presieduta da Vincenzo Boccia. Non a caso il numero uno della Fondazione è un ex vicepresidente di viale dell’Astronomia, Alessandro Laterza, e l’amministratore delegato, Alessandro Petti, ha un lungo percorso confindustriale. Non è tutto. Basta dare una rapida scorsa alla lista dei soci della Fondazione Visentini per scoprire che Confindustria, presente con molte realtà territoriali, ha un peso non irrilevante anche nella governance. 
Ma torniamo alle pensioni. La ricerca presentata ieri suggerisce «una rimodulazione dell’imposizione fiscale che, con funzione redistributiva, tenga conto della maturità fiscale». Obiettivo è fronteggiare l’emergenza generazionale e ridurre la forbice tra giovani e anziani, da raggiungere con un «contributo solidaristico da parte della generazione più matura che gode delle pensioni più generose». Tutto questo aggiunge lo studio sarebbe «doveroso, non solo sotto il profilo etico, ma anche sotto quello sociale ed economico». 
Nella ricerca presentata ieri alla Luiss viene evidenziato che l’Italia «è penultima in Europa per equità intergenerazionale facendo meglio solo della Grecia». Di qui la necessità di «un patto tra generazioni con un contributo da parte dei pensionati nella parte apicale delle fasce pensionistiche con un intervento progressivo sia rispetto alla capacità contributiva, sia ai contributi versati». La ricerca fa leva anche su altro argomento ovvero che i giovani italiani raggiungono l’autonomia a ridosso dei 40 anni: insomma, il fenomeno dei bamboccioni va spazzato via grazie ai nonni. Che poi già oggi finanziano i giovani: proprio le pensioni di nonni e genitori rappresentano un pilastro del cosiddetto welfare privato che tiene insieme le famiglie, non certo saldate dal settore pubblico. 
Certo il problema esiste: per diventare autonomi i giovani del nostro Paese ci mettono sempre di più. «Se un giovane di 20 anni nel 2004 aveva impiegato 10 anni per costruirsi una vita autonoma, nel 2020 ne impiegherà 18 (arrivando quindi a 38 anni), e nel 2030 addirittura 28: diventerebbe, in sostanza, “grande” a 50 anni». 
Attenzione, però. Se la diagnosi è incontestabile, più di una perplessità esiste sulla ricetta per svoltare. Del resto, quando si decide di aumentare il prelievo fiscale sulle pensioni, si entra in un terreno minato. Per evitare strafalcioni, si tratterebbe di verificare caso per caso la storia previdenziale e contributiva di ciascun pensionato. Non proprio un’operazione a portata di mano. Senza dimenticare il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale, già severa, negli scorsi anni, quando sono state poste questioni di legittimità sui contributi di solidarietà. Ecco perché la ricerca propone un patto a tempo. 
Il progetto di Nannicini è leggermente diverso in partenza, ma la sostanza è quella: il consigliere dell’ex Primo ministro non ha parlato espressamente di rincari della tassazione per le pensioni dei più anziani; la defiscalizzazione dei giovani, infatti, potrebbe essere garantita dal prelievo sulla cosiddetta economia digitale e da un giro di vite all’evasione Iva. Dettagli, per certi versi. C’è da dire che l’ex sottosegretario accarezza l’idea di mettere le mani sulle pensioni da tempo. Nel 2013 aveva messo per iscritto una proposta, che mirava a toccare anche gli assegni d’oro, in un paper confezionato a quattro mani con Tito Boeri (poi nominato presidente Inps) e pubblicato sulla Voce.info. Due bocconiani «seguiti» da due docenti Luiss, ovvero gli autori dello studio della Fondazione Visentini: Fabio Marchetti (insegna diritto tributario) e Luciano Monti (titolare della cattedra di politiche Ue). 
E chissà che l’attuale primo ministro non provi a giocare d’anticipo, varando il «patto generazionale», tanto caro a Renzi e caldeggiato dalla galassia confindustriale, già nelle prossime settimane. Di là dall’autore della riforma, occhio ai rischi: la politica in mezzo a questo nuovo flusso di quattrini vuol dire creare l’ennesima fonte di magna magna e clientele.