il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2017
In morte degli investimenti pubblici: la ricetta suicida seguita dai governi italiani
L’analisi dei conti economici evidenzia un’Italia che arranca e non riesce a tenere il passo degli altri partner europei. La crescita di 0,9% del Pil per il 2016, a confronto con il +1,7% dell’Eurozona, è poca cosa se si tiene conto delle condizioni esterne favorevoli che hanno caratterizzato l’anno appena trascorso (prezzo del petrolio, cambio euro/dollaro,Quantitative easing della Banca centrale europea). Per tornare al picco massimo di Pil del 2007, quando ebbe inizio la grande recessione, l’Italia deve ancora recuperare il 7%, mentre nel frattempo la Germania è cresciuta del 9,4%, a un ritmo triplo del nostro negli ultimi 3 anni. Sebbene nel 2016 abbia conseguito un avanzo della bilancia commerciale di 240 miliardi di euro (a prezzi correnti), il contributo della domanda estera al Pil tedesco (a prezzi costanti) è stato negativo, come è accaduto, peraltro, anche per l’Italia, il cui saldo nominale tra export e import è risultato positivo per circa 60 miliardi. Nell’ultimo anno, le differenze con la Germania (un punto percentuale) sono dovute unicamente ai consumi privati (+0,8% rispetto a +1,1% ), ma soprattutto pubblici (+0,1% rispetto a+0,8%). La politica espansiva di spesa pubblica non ha impedito alla Germania di conseguire un risparmio di 23,7 miliardi di euro, mentre in Italia l’indebitamento ha toccato i 40 miliardi di euro.
La differenza è solo in parte spiegabile con gli interessi che lo Stato paga sul debito pubblico: in Germania il tasso implicito è al 2%, in Italia supera il 3%, fanno circa 20 miliardi di differenza (un terzo del totale). Il problema italiano, in cui anche un modello potenzialmente virtuoso come Consip rimane invischiato in vicende giudiziarie (corruzione) riguarda anche l’efficienza della spesa pubblica. Nulla da meravigliarsi, quindi, se in Germania il contributo dei consumi pubblici alla spesa del Pil è stato del 3,6% negli ultimi nove anni, mentre in Italia ha pesato in negativo per mezzo punto percentuale. L’Italia è un Paese che va a ritroso. Nel 2007, gli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione italiani e tedeschi erano quasi allo stesso livello, poco al di sotto dei 50 miliardi. Da allora, però, in Germania sono aumentati del 37% e in Italia diminuiti del 26% (-10% negli ultimi 3 anni). Oggi i loro investimenti pubblici sono quasi il doppio dei nostri. Nel frattempo in Italia le uscite correnti, al netto degli interessi, sono cresciute del 17% e quelle delle sole amministrazioni centrali dello Stato, del 22%. Certo, la spesa corrente è meno comprimibile rispetto agli investimenti, ma, a giudicare dalla fine ingloriosa di tutte le recenti proposte di spending review, appaiono evidenti le modalità suicide con cui i governi avvicendatisi in questi anni hanno percorso la strada del risanamento dei conti pubblici. Al 2015, gli investimenti fissi lordi delle amministrazioni centrali dello Stato erano diminuiti del 17% e quelli degli enti locali del 22%, con i Comuni che avevano perso più del 30% (da 15,1 a 10,4 miliardi di euro). Gli investimenti in fabbricati sono scesi da 12,3 miliardi del 2007 a 7,3 nel 2015 (-42%), le opere del genio civile da 5,7 a 3,4 miliardi (-41%), gli impianti e macchinari da 6,4 a 3,1 miliardi (-51%), invariati le opere stradali (9,4 miliardi) e i prodotti dell’ingegno (10,5 miliardi). Gli unici a crescere nettamente sono gli investimenti in armamenti (+28%).
Nella primavera scorsa, dopo i primi conteggi provvisori, successivamente smentiti dalle revisioni statistiche, sembrava che il trend italiano si fosse finalmente invertito e il governo Renzi si era affrettato ad avanzare la richiesta di avvalersi della clausola sugli investimenti pubblici prevista dalle regole di bilancio dell’Unione europea. Una maggiore flessibilità sull’indebitamento strutturale, in cambio dell’impegno a co-finanziare con risorse aggiuntive nazionali i progetti del Fondo europeo degli investimenti strategici (Feis), il Piano Juncker. Il Consiglio dell’Unione europea, a maggio dello scorso anno ha concesso all’Italia una flessibilità di 0,25% di Pil (4,1 miliardi di euro) per gli investimenti pubblici, sollevando però dubbi sulla fattibilità dell’impegno assunto e riservandosi una verifica ex post sull’entità dei co-finanziamenti effettivamente impegnati. Se è stata un’altra promessa non rispettata, ora i nodi verranno al pettine. Nel 2016, forse anche in conseguenza dell’entrata in vigore del nuovo codice degli appalti che sembra aver paralizzato molti enti, gli investimenti pubblici, anziché aumentare, sono scesi di 2 miliardi e l’osservatorio congiunturale dell’Ance registra una flessione del 2,1% in numero e del 16,6% in valore dei nuovi bandi di gara per lavori pubblici. Una cruda realtà che si associa anche ai fenomeni corruttivi. Senza una seria programmazione degli interventi, con procedure opache di aggiudicazione dei bandi di gara, appalti che non rispettano i tempi e i costi inizialmente previsti, opere pubbliche incomplete o talvolta inutili, la qualità e l’efficienza degli investimenti pubblici rimarranno una chimera.
In questi anni la politica italiana, pur nei pesanti vincoli imposti dalle regole di bilancio europee, ha scelto un modello a perdere e le conseguenze sono devastanti. Se non si interviene radicalmente sui mali della nostra società e non si trova la spinta per invertire la rotta, l’Italia continuerà il suo lento e inesorabile declino.