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 2017  marzo 22 Mercoledì calendario

Formula Uno. Il pit stop e il muro dei 2 secondi. Così s’allena la danza del tempo

La danza del tempo. Lui la chiama così. Graham Watson, il team manager della Toro Rosso, fa una pausa lunga e furba. Vi siete mai chiesti come sia possibile cambiare quattro gomme in un secondo? Lui non solo se lo è chiesto, ma si è persino dato una risposta, e su quella risposta ha costruito un sistema. «Il segreto è pensare al box come a un palcoscenico, alla macchina come l’étoile, e ai meccanici come al corpo di ballo».
Un corpo di ballo enorme: per cambiare quattro gomme, nella Formula 1 del 2017 ci vogliono non meno di 22 persone. Ventidue uomini corpulenti e massicci che eseguono gesti brevissimi perfettamente coordinati tra di loro. Visto che i movimenti lunghi e articolati sono perdite di centesimi di secondo, allora ognuno può fare solo una cosa; per farne due servono due persone. «Se uno solo dei ventidue va fuori tempo, o fa quello che non deve, o ha un imprevisto – si rabbuia Watson – il pit stop è rovinato, e con lui, spesso, la gara».
Nella Formula Uno degli anni ’Cinquanta, ci voleva più di un minuto a cambiare le gomme. E non sono rari i filmati dell’epoca in cui si vedono meccanici trovare il tempo per regalarsi un paio di tiri di Marlboro tra un giro di cric e una bestemmia. Da allora l’arte del pit stop si è evoluta in modo incredibile abbattendo i tempi d’esecuzione sino ad arrivare a durate paradossali, come quella record di un secondo e 92 centesimi, raggiunta dalla Williams a Baku, lo scorso anno. Fino ad allora il muro dei due secondi era considerato il tempo limite oltre il quale nessuno sarebbe mai riuscito ad andare.
Da allora è stato chiaro che c’è ancora margine: ancora decimi di secondo da frazionare all’infinito e rosicchiare – qui sta il paradosso, nell’infinita durata di un attimo – per cercare di rubare metri agli avversari. «Anche se la vera scommessa, non è battere il record ma cercare di abbassare il tempo medio dei pit stop», spiega Watson, la cui Toro Rosso è tra le squadre meglio posizionate nelle classifiche di settore.
«La corsa al picco, al record è affascinante e utile ma non è quella che ti fa fare il salto di qualità in gara. Per fare un esempio: la Williams per ottenere quel super tempo a Baku ha dovuto apportare delle modifiche aerodinamiche alla macchina che sì permettevano di cambiare le gomme più agevolmente ma poi ne penalizzavano le prestazioni in pista. Quello che vogliamo fare noi, e con noi tutti i team, è avvicinarci il più possibile al tempo limite, che consideriamo intorno al secondo e ottanta, il più spesso possibile, e senza compromettere la velocità della vettura».
Quest’anno poi, la sfida è cruciale. Perché le nuove gomme Pirelli sono molto più grandi e più pesanti. «Quindi inizialmente i tempi delle soste aumenteranno un poco. E questo ci darà nuovi margini di miglioramento. Abbiamo già predisposto sessioni di allenamenti specifici e sono pronto a scommettere che torneremo intorno al secondo e novanta già dalla prima gara». Gli allenamenti specifici, spiega sempre Watson non riguardano solo il fisico (potenziamento dei muscoli, lombari e delle braccia) ma soprattutto la testa: «Sui meccanici del pit stop grava una responsabilità enorme. Sono uomini di tecnica, ma sono anche degli uomini di sport. In quel momento, anzi, in quel secondo, con i riflettori puntati addosso, si caricano della responsabilità dell’intera gara. Un loro errore, e il lavoro di tutti, ingegneri, piloti, manager, va in fumo. Una vite che si spana, una pistola che non parte, ed è finita. Bisogna essere fortissimi mentalmente. Anche perché, come è umano che sia, capita spesso di sbagliare e proprio come negli altri sport, dopo un errore è tutto più difficile».
Tra gli allenamenti specifici ci sono anche quelli di gruppo, per creare armonia e coesione. Gli addetti ai pit stop vivono in simbiosi per anni, i team fanno di tutto per cercare di costruire uno spirito unico, coeso. E mettono a punto sistemi perfetti, nei quali ognuno sa esattamente cosa deve fare e come farlo, come comunicare imprevisti senza muoversi né parlare, come occupare lo spazio senza contenderlo a nessuno.
Nel 2006 Martin Elliot, il primario di chirurgia infantile del Great Ormond Street Hospital for Children di Londra, «dopo una giornata particolarmente brutta», decise di chiedere aiuto alla Ferrari per gestire e coordinare – con gli stessi protocolli del pit stop – la fase post operatoria nella terapia intensiva, reparto in cui l’agire in silenzio e con tempismo è spesso decisivo. Da Maranello misero a disposizione documenti e professionisti e nel giro di pochi mesi – raccontano ancora oggi in ospedale – il numero di piccoli pazienti con infezioni post operatorie, è crollato. Magie della danza del tempo.