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 2017  marzo 22 Mercoledì calendario

Ilaria Capua: «Ho abbandonato l’Italia dell’antiscienza per battere il virus Zika»

«È urgente una riflessione sul futuro della ricerca nel mondo, in conseguenza dei nuovi assetti politici: la crisi di identità dell’Unione europea, da una parte, e le decisioni della nuova amministrazione Usa, dall’altra, potrebbero penalizzare le politiche medico-scientifiche in tutto l’Occidente». È preoccupata Ilaria Capua, virologa italiana di fama internazionale, ora in forze all’Università della Florida, direttore di un centro d’eccellenza che studia la salute pubblica e le sue emergenze, a cominciare dal virus Zika, in modo innovativo: non soltanto con la lente del clinico, ma secondo la logica delle molteplici interazioni ambientali tra noi, le piante e gli animali.
Tra i migliori 50 scienziati del Pianeta nel 2007 per «Scientific American», «mente rivoluzionaria», secondo «Seed Magazine» nel 2008, pioniera dell’«open source» che promuove la condivisione dei risultati sul Web in modo da favorire l’integrazione della conoscenza (e quindi celebrata da media come il «New York Times» e «Nature»), in Italia ha conosciuto un destino ben diverso e paradossale: una «bioterrorista», addirittura, secondo un’inchiesta della magistratura che la descrisse come responsabile di traffici illeciti di virus e di rapporti opachi con Big Pharma. Dopo il proscioglimento da tutte le accuse e l’esilio negli Usa, è tornata in Italia per promuovere il suo saggio, «Io, trafficante di Virus. Una storia di scienza e di amara giustizia» (Rizzoli), resoconto di un’esperienza drammatica che l’ha ferita e umiliata.
Dottoressa Capua, cosa chiede ora al Paese che l’ha coinvolta in una vicenda-simbolo di disinformazione e malagiustizia?
«Nonostante il proscioglimento dai procedimenti a mio carico, perché “il fatto non sussiste”, la mia vita è rimasta sconvolta. A 50 anni ho dovuto cambiare Paese, lingua, amici, lavoro, a 10 ore di volo da dove si trovavano la mia vita e le mie radici. Chi ha sbagliato a giudicarmi adesso lo sa. Non c’è vendetta, ma soddisfazione. Continuerò a collaborare con le istituzioni europee, che hanno stima del mio lavoro».
Celebrata all’estero, ma una che, «se la notizia fosse vera, meriterebbe di farsi iniettare a forza il virus», a detta di certi onorevoli, suoi ex colleghi: nessuno le ha chiesto scusa?
«Ho ricevuto solo una telefonata da chi mi aveva attaccato con violenza. Una telefonata, però, a titolo personale e non scuse ufficiali di questo o quell’altro partito. Del resto mi hanno scaricata con molta facilità. Significativo il fatto che quando mi sono dimessa da deputato della Repubblica le mie dimissioni siano state accettate subito, quando è invece prassi respingerle almeno la prima volta».
Che idea si è fatta di come è stato costruito un inesistente castello di accuse?
«Non solo io, ma anche riviste scientifiche internazionali hanno studiato quelle carte. Certe sciatterie, errori e pastrocchi nel descrivere la mia attività danno l’idea che nessun consulente esperto abbia aiutato gli inquirenti. Il risultato è un racconto superficiale e scorretto. Tanto che il gip non ha rilevato nulla di utile da giustificare un rinvio al dibattimento».
L’Italia non ha voluto comprendere il binomio tra investimenti in ricerca e creazione di ricchezza: lei, che era stata eletta in Parlamento nel 2013 in Scelta Civica, è mai riuscita a sensibilizzare il governo sulla scienza?
«Sono entrata in Parlamento con queste intenzioni, da sostenitrice che la scienza sia un volano per l’economia. Ma purtroppo sono riuscita a fare ben poco, nel disinteresse generale dell’Assemblea».
Ora lavora negli Usa: se l’ex presidente Obama aveva dimostrato di credere all’equazione «più ricerca, più pil», che cosa si aspetta da Trump?
«Seguo con prudenza e un po’ di preoccupazione le dichiarazioni antiscientiste di Trump, come quando sostiene di non credere al cambiamento climatico. Anche l’Europa, però, rischia di perdere occasioni. Con la Brexit e la crisi dell’Ue, nel dilagare dei movimenti populisti, la ricerca potrebbe subire un arresto. Sono tuttavia prudente, perché l’ordinamento giuridico degli Usa è dotato di pesi e contrappesi, in modo da non lasciare tutto il potere in mano a una persona soltanto».
Lei dirige l’«Emerging Pathogens Institute» della University of Florida: su cosa si concentrano le sue ricerche?
«Lavoriamo su Zika e su altri virus emergenti, secondo una logica di interdisciplinarità: siamo quindi all’interfaccia delle varie discipline per dimostrare che non è più possibile considerare una malattia come un evento disgiunto da ciò che accade nel serbatoio animale e nell’ambiente. L’approccio si chiama “One Health” e punta a utilizzare anche l’Intelligenza Artificiale».