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 2017  marzo 22 Mercoledì calendario

Indiana Jones è esistito davvero ed è scomparso in Amazzonia

Dopo quattro film su Indiana Jones (e un quinto in arrivo), Hollywood ne ha finalmente dedicato uno al vero Indiana Jones, il leggendario esploratore inglese Percy Harrison Fawcett, protagonista del più grande mistero delle spedizioni del XX secolo. The lost city of Z, la città perduta di Z, è già uscito in Gran Bretagna e arriverà presto in Italia. È avvincente e girato molto bene, e piacerà agli amanti dell’avventura e delle teorie per cui la foresta amazzonica nasconde le tracce di antiche, grandi civiltà che la nostra antropologia «occidentalizzata» si ostina a minimizzare.
Il personaggio
Fawcett era sulle tracce di una di queste civiltà quando scomparve per sempre nella giungla brasiliana, nel 1925, alla fine di maggio. Era ossessionato dall’idea che nel Mato Grosso avrebbe trovato una città che aveva battezzato Z e che sospettava fosse la vera El Dorado. Nato nel 1867 nel Devon da un padre aristocratico che aveva dilapidato due fortune nell’alcol e nel gioco, Fawcett aveva svolto una brillante carriera nell’esercito e nel servizio segreto, ma era affascinato dai resoconti dei grandi esploratori britannici che avevano rivelato al mondo le meraviglie dell’Africa. Dopo le loro imprese, pensava Fawcett, restava un solo luogo vergine, la foresta amazzonica.
La sua prima spedizione del 1906 fu condotta per conto della Royal Geographical Society, i cui membri non potevano credere ai resoconti che ricevevano: Percy aveva ucciso una anaconda lunga 19 metri, si era imbattuto in velenosissimi ragni giganti e in cani con due nasi. Le tribù che incontrava erano in alcuni casi amichevoli, in altre ostili. Lui viaggiava sempre leggero, con pochissimi bagagli: scorte di cibo, una bussola, un sestante, un cronometro, regali per gli indigeni, molta pazienza e poco altro. Era diventato amico del grande narratore britannico Henry Rider Hoggard e di Arthur Conan Doyle, che basò sui suoi resoconti Il mondo perduto, su una spedizione che trova nella giungla un altopiano ancora popolato da dinosauri.
L’ultima spedizione
Allo scoppio della I Guerra mondiale Fawcett tornò in patria per arruolarsi e combatté nelle Fiandre, anche se aveva ormai 50 anni. Nel febbraio del 1925 era di nuovo in Amazzonia. In marzo si era trasferito a Cuiabá, la capitale del Mato Grosso. Il 29 maggio era arrivato a Dead Horse Camp, un accampamento che aveva così battezzato perché era il luogo da cui aveva abbandonato la precedente spedizione. Aveva scritto le sue ultime lettere, una alla moglie Nina. Le raccomandava che non fossero mandate spedizioni a cercarlo, se non fosse tornato. «Se non ci riesco io che conosco questa foresta – scriveva – non ci riuscirà nessun altro». Partì verso l’ignoto accompagnato dal figlio Jack, 20 anni, dall’amico Raleigh Rimmell e due tuttofare brasiliani. Nessuno li vide più.
Fawcett, all’epoca, non era solo uno dei tanti esploratori britannici che mettevano a repentaglio la loro vita per esplorare il mondo. Era una vera celebrità, osannata dai giornali. I suoi occhi blu, l’aspetto dinamico e indistruttibile, lo Stetson sempre calato in testa e i modi cortesi ne avevano fatto una star anche nei giornali americani, che ne seguivano ogni passo. La sua scomparsa scatenò decine di spedizioni di ricerca, ognuna delle quali tornò con ipotesi rivelatesi poi infondate. Si dice che circa cento persone siano morte nel tentativo di ritrovarlo.
Nel 2005, un giornalista del New Yorker, David Grann, ha ripercorso l’estremo tratto del viaggio di Fawcett, dal Dead Horse Camp alla tribù dei Kalapalo, l’ultima ad aver visto vivo l’esploratore. Tra gli indigeni ancora se ne tramanda la storia: lui voleva proseguire verso Est e gli indios lo avevano sconsigliato, perché avrebbe incontrato tribù molto feroci. Fawcett non li ascoltò. I Kalapalo videro nelle cinque sere successive il fumo del suo accampamento, poi più nulla. Grann, che ha scritto nel 2009 il libro Z. La città perduta, edito in Italia da Corbaccio, è convinto che se avesse potuto proseguire Fawcett si sarebbe imbattuto nei resti di Kuhikugu, la città monumentale poi scoperta dall’antropologo Michael Heckenberger. Più di mille anni fa aveva una complessa rete viaria affiancata da canali, campi irrigati, ponti e palazzi. L’ultima cosa che la Royal Society si sarebbe aspettata di trovare in quella immensa foresta, notoriamente piena solo di selvaggi.