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 2017  marzo 22 Mercoledì calendario

La minaccia dei laptop-bomba. Così gli strateghi della paura trasformano il futuro in arma

L’allarme è partito dall’Africa, diffuso lentamente tra picchi di tensione e una tranquillizzante segretezza. Quando nell’ottobre 2015 il capo della polizia nigeriana ha dichiarato che Boko Haram aveva costruito ordigni nascosti in iPad e telefonini, pochi lo hanno preso sul serio. Erano bombe- trappola, abbandonate negli atenei per colpire gli studenti dediti alla cultura occidentale. Minacce lontane, che non sembrava mettessero a rischio la nostra vita.
Ma la jihad moderna si nutre di web. E molti analisti sono convinti che i piani di quelle armi artigianali siano stati fatti circolare su Internet, cercando chi potesse perfezionarle. Il primo effetto di questo impegno collettivo si è visto a Mogadiscio, nel febbraio 2016. Su un Airbus diretto a Gibuti c’è stata un’esplosione, che ha aperto uno squarcio nella fusoliera. L’attentatore è stato risucchiato nel vuoto, ma i piloti sono riusciti a tornare indietro: se fosse accaduto solo duemila metri più in alto non ci sarebbe stato scampo, la forza della pressione avrebbe sbriciolato tutto. Gli inquirenti credono che la bomba fosse occultata in un tablet o in un pc portatile: un etto di plastico, appoggiato al finestrino prima di farlo detonare.
È stato uno choc, tenuto lontano dal catalogo delle nostre paure. Così come abbiamo rimosso lo schianto dell’Egyptair MS-804 a largo del Dodecaneso nello scorso maggio. L’Airbus con 66 persone è partito da Parigi verso il Cairo, poi ha fatto una serie di manovre anomale mentre i sensori registravano fumo in cabina ed è sparito in mare. L’inchiesta è stata condotta nella riservatezza totale. Con un’ultima notizia ufficiale: le autorità egiziane a metà dicembre hanno comunicato la scoperta di esplosivo sui corpi delle vittime. Poi più nulla.
È forte il sospetto che le nuove limitazioni a laptop e pc sulle rotte dai paesi arabi verso Usa e Gran Bretagna abbiano un legame con gli sviluppi dell’indagine su questa strage. Gli indizi sulla fine dell’Egyptair MS-804 si sono concentrati subito sulla possibilità di una tablet bomb, l’ennesima creatura degli strateghi del terrore che converte lo strumento principe della globalizzazione in un’arma micidiale. E ora la rete di spionaggio elettronica condivisa da Washington e Londra ha raccolto qualche segnale concreto sull’impiego di queste bombe: si ipotizza persino che l’allerta nasca dall’ultimo raid in Yemen dei Navy Seals, una missione sanguinosa che però – stando al capo del Pentagono Mattis – ha permesso di «raccogliere una grande quantità di informazioni decisive».
Lasciare i gadget elettronici nei bagagli basta a stroncare i disegni dei terroristi? Gli esperti sono divisi. Ma la misura nasce da un calcolo semplice: in un tablet si può celare una piccola quantità di plastico, che difficilmente riesce a distruggere la stiva. Inoltre ci vuole un innesco più sofisticato, a tempo o con un altimetro, e quindi più complesso da costruire. Infine, l’ordigno deve superare la vigilanza sulle valigie e spesso le borse da imbarcare vengono esaminate da cani anti-bomba o dagli “sniffer” che fiutano l’esplosivo.
Certo, questo presuppone che i controlli siano rigorosi. Le indagini top secret sull’attentato al charter russo decollato da Sharm el Sheikh nell’ottobre 2015 – 224 vittime – sembrano puntare sul tradimento di un meccanico e la complicità di alcuni poliziotti, che hanno permesso di piazzare nello scafo una lattina imbottita di semtex. Ma le falle nella sorveglianza possono essere ovunque. Nel 2015 la Homeland Security ha condotto 70 test “in incognito” negli aeroporti statunitensi: nel 95 per cento dei casi armi e ordigni sono riusciti a passare. In Francia, dopo la strage del Bataclan, sono stati sospesi 72 dipendenti degli scali parigini, perché legati a “radicalisti islamici”: uno aveva addirittura rapporti con Richard Reid, l’uomo che il 22 dicembre 2001 tentò di distruggere un Boeing con il plastico nascosto nella scarpa. Da quel giorno l’Occidente ha vissuto tre lustri di voli sereni, accettando esami sempre più lunghi e invasivi prima di salire a bordo. Una sensazione di sicurezza che oggi il nuovo allarme sembra mettere in discussione.