Corriere della Sera, 22 marzo 2017
E Malibu, oasi delle star, diventa rifugio per illegali
Dodicimila abitanti ricchi e (spesso) famosi nelle ville sparse lungo 34 km di spiaggia e sulle dolci colline che guardano l’Oceano Pacifico, la sabbia di Paradise Cove dove i Beach Boys correvano sulla copertina del loro primo disco «Surfin’ Safari», le onde dei surfisti di Zuma Beach con i baracchini su palafitte dove si appollaiavano le bagnine di Baywatch (negli anni 90 lo show tv più visto al mondo). Malibu città dei sogni a tre quarti d’ora di macchina dai grattacieli di Los Angeles – se miracolosamente non c’è traffico —. Malibu dove vivono le grandi star (Robert Redford, Barbra Streisand, Angelina Jolie, Pierce Brosnan) e gli insospettabili (Bob Dylan) ma anche i grandi caduti (Mel Gibson, Courtney Love) e i personaggi allegramente trash (Britney Spears, Paris Hilton). Reddito pro capite altissimo e, dall’altro giorno, un titolo ufficiale: città rifugio per immigrati senza permesso, una di quelle «sanctuary city» che fanno imbufalire Donald Trump perché si rifiutano di obbedire alle autorità federali e di coadiuvarle nella ricerca degli «illegals». Il consiglio comunale ha votato – l’ala progressista ha portato a casa un tirato 3 a 2 – e ora la polizia locale non fermerà gli ispanici che vanno al lavoro, quelli che si alzano alle quattro del mattino a South L.A. per prendere 4 bus e arrivare nelle ville dei ricchi che senza di loro avrebbero i prati bruciati dal sole e le piscine con le alghe.
Sarebbe brutto e ingeneroso ironizzare sulla cittadina dei ricchi – con il Country Mart dove vanno a fare shopping Gwyneth Paltrow e le ragazze alla moda in trasferta dalla Valley, al di là delle colline – che decide di non perseguitare i lavoratori che la tengono così pulita e funzionale, che fanno funzionare le cucine dei ristoranti chic e le stazioni di servizio in un’area metropolitana di 18 milioni abitanti su 87 mila km quadrati che non può vivere senz’auto. Sarebbe ingeneroso e brutto perché il passaggio dell’iniziativa non era scontato e fa comunque riflettere. Merito di uno che all’impegno non si è mai sottratto, Martin Sheen, giovane capitano di «Apocalypse Now» e poi presidente saggio nel telefilm «The West Wing». Sheen, che di Malibu fu anche sindaco onorario anni fa (silurato per le frequenti iniziative a favore dei senzatetto), poche settimane dopo l’elezione di Trump è comparso davanti al consiglio cittadino per chiedere una risposta all’alta marea anti-immigrazione in arrivo da Washington. Ha convinto tre consiglieri, abbastanza per regalare una piccola vittoria ai democratici in tempi a loro poco propizi.
Il Los Angeles Times è andato a parlare con tanti lavoratori – quasi tutti messicani – senza documenti che vanno a Malibu. Già gravati dal timore di essere rimpatriati, almeno sanno che là nessuno chiederà loro i documenti, nessuno li denuncerà all’Immigrazione. Trump ha minacciato le città rifugio: «Vi taglieremo i fondi federali». Malibu riceve 50 mila dollari all’anno, non sarebbe una tragedia per la piccola utopia californiana allergica al populismo.
D’altronde i Beach Boys, 4 anni dopo la copertina di Paradise Cove, dentro un altro disco capolavoro, «Pet Sounds», ci domandavano – e ci domandano ancora —: «Non sarebbe bello vivere insieme, in un mondo dove ci sentiamo al nostro posto?».