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 2017  marzo 22 Mercoledì calendario

Gli americani allertati dopo il raid nello Yemen? Gli artificieri di Al Qaeda e i «portatili esplosivi»

L’intelligence Usa ha raccolto informazioni sull’uso di gadget per nascondere bombe? Durante il raid a gennaio in un rifugio di Al Qaeda in Yemen gli americani hanno trovato indizi interessanti? Le autorità hanno escluso minacce specifiche mentre fonti citate dai media parlano di intercettazioni dove i militanti discutono di utilizzare computer. Da qui le misure restrittive su tablet e altri dispositivi decise da Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada. Mossa di grande impatto che ripropone un pericolo non certo inedito. Chi pianifica massacri ha solo aggiornato i metodi.
Nel dicembre dell’88 i terroristi hanno distrutto il Jumbo Pan Am a Lockerbie celando l’esplosivo in una radio. Nel ‘95 la cellula qaedista di Ramzi Youssef aveva preparato micro-ordigni in grado di essere portati a bordo smontati. E il «fronte» ha continuato a progredire grazie alle ricerche dei «maghi» jihadisti. Ibrahim al Asiri, artificiere della Qaeda yemenita, ci prova da anni.
Ha prima inserito una bomba nel corpo del fratello e lo ha impiegato per una missione-mandato suicida in Arabia Saudita. Quindi ha realizzato le mutande esplosive e poi ha modificato le cartucce del toner con lo stesso fine. Di recente sono trapelate indiscrezioni su altre ricerche per annientare con armi che sfuggono ai tradizionali controlli.
Lo schianto del Metrojet russo nel Sinai, nel novembre 2015, è stato rivendicato dall’ala egiziana dell’Isis, con il movimento pronto a diffondere la foto della presunta «trappola», una lattina e un detonatore. Ricostruzione che non ha convinto del tutto gli esperti. Alcuni aspettano maggiori prove da un’inchiesta poco trasparente, altri sospettano che dietro la strage vi sia la mano di un servizio segreto e non dei mujaheddin.
Nessun dubbio invece su quanto è avvenuto nel febbraio di un anno fa a Mogadiscio, quando un kamikaze ha fatto detonare una carica su un Airbus somalo poco dopo il decollo. Le indagini hanno accertato che l’ordigno era stato infilato in un portatile, introdotto a bordo con la complicità di due dipendenti dello scalo.
Un’evoluzione di una tattica impiegata a terra, nel 2013, sempre dai ribelli islamisti Shebaab, noti per i loro legami con i qaedisti yemeniti.
Casi specifici che hanno allarmato l’antiterrorismo occidentale, inquieto per i molti scenari possibili. 1) Gli attentatori piazzano la loro creatura letale all’interno di un oggetto comune, meglio se elettronico. Con un’aggiunta: l’apparato deve funzionare comunque perché le guardie ai check point di solito verificano. 2) La bomba «sale» a bordo non con il passeggero, ma grazie all’aiuto di uno dei tecnici che assistono il velivolo sulla pista o di un addetto alle pulizie o ai pasti. Ancora una volta si sfrutta la situazione «innocente». 3) È attuato un sabotaggio al jet, magari si innesca un incendio in un’area vitale sempre sfruttando sistemi tecnologici. 4) I criminali manipolano un tablet di un’altra persona, magari di un membro dell’equipaggio.
Da mesi si discute su cosa abbia provocato il disastro dell’Egypt Air 804, precipitato tra Creta e Alessandria nel maggio scorso. Una delle ipotesi – presa con cautela – è che l’allarme fumo scattato in cabina sia stato causato da un dispositivo che ha preso fuoco ed era in possesso del co-pilota. Non un atto doloso ma un incidente. Teoria che contrasta con quella avanzata dagli egiziani, per il Cairo la tragedia è da imputare a un attentato.
Timori che sottolineano il livello di insicurezza che viviamo e ci spingono ad attribuire al nemico doti superiori. Nel dubbio ci difendiamo, alziamo le palizzate sperando di rendere il compito difficile, ma inevitabilmente condizioniamo anche le nostre vite.