Corriere della Sera, 22 marzo 2017
In morte di Reichlin
Paolo Franchi per il Corriere della Sera
Alfredo Reichlin è morto ieri sera. Aveva 91 anni. Era stato partigiano nelle Brigate Garibaldi, dirigente e deputato per il Pci, allievo di Togliatti, poi in sintonia con Ingrao e la collaborazione con Berlinguer. Fu anche direttore dell’Unità.
Con Alfredo Reichlin, scomparso nella notte all’età di 91 anni, se n’è andato uno degli ultimi grandi vecchi della sinistra. Persone che erano passate attraverso la Resistenza e si erano formate nel clima arroventato della Guerra fredda, ma avevano saputo smussarne le asprezze, pur rimanendo legate all’idea di un superamento del sistema capitalistico che si era rivelata illusoria. Reichlin aveva tuttavia accettato, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’esaurimento degli ideali comunisti e le successive svolte che avevano visto la progressiva trasformazione del Pci, fino a svolgere il ruolo di presidente della commissione incaricata di stendere il Manifesto dei valori del Partito democratico. Insisteva però sulla necessità che l’eredità storica della sinistra non andasse dispersa.
Nato a Barletta il 26 maggio 1925, ma cresciuto a Roma fin dall’infanzia, figlio di un avvocato, apparteneva alla generazione che si era avvicinata alla politica con l’adesione alla lotta partigiana nelle file del Partito comunista. In particolare aveva partecipato nella capitale all’esperienza dei Gruppi d’azione patriottica, i nuclei armati che conducevano la guerriglia urbana contro gli occupanti tedeschi e i loro alleati fascisti. Durante la guerra era stato anche catturato dal nemico e poi liberato per un intervento provvidenziale di Arminio Savioli, futuro giornalista dell’«Unità».
Giovane di notevoli capacità, era tra coloro che si erano formati all’ombra di Palmiro Togliatti, che dopo la Liberazione, aveva scelto di aprire il Pci a tutte le energie esterne disposte a condividerne il programma, con l’intento di aggregare forze fresche in una società civile che andava abituandosi alla vita democratica.
Divenuto vicesegretario della Federazione giovanile comunista, Reichlin aveva poi proseguito la carriera politica in campo giornalistico, entrando nella redazione dell’«Unità», di cui era divenuto vicedirettore e poi, nel 1958, direttore. Ricordava con grande orgoglio il ruolo svolto all’epoca dal quotidiano del Pci nella capitale, in particolar modo nel denunciare il degrado delle periferie romane. Il compito che aveva affidato al giornale non era tanto seguire la politica istituzionale, diceva rievocando quegli anni, quanto piuttosto andare alla «scoperta dell’Italia vera, con le sue miserie, le sue tragedie, le sue violenze».
Negli anni Sessanta Reichlin, sulla spinta del cambiamento determinato dalla destalinizzazione, si era avvicinato alla sinistra di Pietro Ingrao e forse anche per questo nel 1963 era stato sostituito da Mario Alicata alla guida dell’«Unità». Ma aveva sempre mantenuto un ruolo di spicco nel partito. Era stato segretario del Pci in un regione importante come la Puglia e dal 1968 era stato eletto in Parlamento. Sposato in prime nozze con un’altra esponente comunista, Luciana Castellina (radiata dal partito nel 1969 con il gruppo del «manifesto»), aveva avuto da lei due figli, Lucrezia (firma del «Corriere») e Pietro, entrambi economisti. Dal 1982 era sposato con Roberta Carlotto.
Durante gli anni Settanta Reichlin era entrato nella direzione nazionale del Pci e aveva lavorato in stretto raccordo con Enrico Berlinguer, di cui aveva condiviso le scelte fondamentali che avevano condotto il partito prima a straordinari successi e poi a un progressivo declino. Interessato ai temi della politica economica e alla necessità di definire un nuovo modello di sviluppo, si era preoccupato anche di stabilire un rapporto con il mondo produttivo, compresa la piccola imprenditoria. Dal luglio del 1989 al 1992 era stato il ministro dell’Economia del «governo ombra» costituito dal Pci, poi divenuto Pds.
Dopo la fine del blocco sovietico aveva accettato di mettere in discussione la propria esperienza politica nel libro Il silenzio dei comunisti (Einaudi), scritto con Vittorio Foa e Miriam Mafai. Altre riflessioni importanti sull’identità e il futuro della sinistra sono contenute nei suoi saggi Ieri e domani (Passigli, 2002) e Il midollo del leone (Laterza 2010). Il suo ultimo intervento, significativamente intitolato Non lasciamo la sinistra sotto le macerie, era uscito il 14 marzo scorso sul sito Nuova Atlantide: «Non sarà una logica oligarchica – scriveva – a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva».