Corriere della Sera, 22 marzo 2017
«Niente alleati, avremo il 40%». Intervista a Luigi Di Maio
«Pensiamo al governo e stiamo lavorando a un programma rivoluzionario. Questa è la nostra priorità ora. Non esistono preclusioni, ma ci vogliono persone che condividano i nostri principi legati ai nostri temi: ambiente, acqua, energia, trasporti». Luigi Di Maio (M5S) al Corriere: «Niente alleati, il Movimento avrà il 40 per cento».
Onorevole Luigi Di Maio, il sondaggio di Nando Pagnoncelli per il Corriere vi dà al 32,3% ma mostra anche un’Italia tripolare: non c’è il rischio di un Paese bloccato?
«No, perché vinceremo con il 40% grazie a un programma innovativo che stiamo mettendo a punto in Rete. Sarà la nostra rivoluzione gentile».
Nel caso si delineasse una situazione simile a quella dei dati attuali, cosa farete? Vi alleerete con altre forze?
«Non sono abituato a ragionare con i se e con i ma, ma credo che le altre forze politiche non potranno sottrarsi dal condividere e votare alcuni punti come l’abolizione di Equitalia e dell’Irap o il reddito di cittadinanza. Se lo faranno volteranno le spalle ai cittadini e si assumeranno una grande responsabilità verso il Paese».
Non le pare un progetto utopistico?
«Bisogna essere convinti di ciò che si fa, se guarda i dati il nostro trend positivo è impressionante».
Ma non c’è il rischio che una campagna lunga un anno e dai toni forti possa logorarvi?
«Logorarci? Nessun rischio logoramento. Anzi. Il nostro interesse è votare il prima possibile e impedire ai parlamentari di prendersi la pensione. Purtroppo decideranno diversamente».
Lei parla di trend positivo ma avete commesso errori a Roma e ci sono state molte polemiche per quello che è accaduto a Genova.
«I problemi e gli errori si faranno sempre. L’importante è che siano fatti in buona fede. Un errore in buona fede non è come un errore in malafede. I cittadini lo capiscono. Come nel caso del voto su Minzolini dove io vedo del dolo politico. E attendiamo un intervento del capo dello Stato sulla vicenda».
È vero che state pensando di indicare personalità di alto profilo, non necessariamente iscritte ai Cinque Stelle, per ruoli istituzionali se doveste andare al governo?
«È vero che pensiamo al governo e che stiamo lavorando a un programma rivoluzionario. Questa è la nostra priorità ora. Non esistono preclusioni, ma ci vogliono persone che condividano i principi legati ai nostri temi: ambiente, acqua, energia, trasporti. Ma appunto il nostro focus è sui contenuti. Per esempio un programma energetico che punti ai prossimi 50 anni. Anzi, proprio per questo farò parte di una delegazione che sarà a Copenaghen per vedere nuove tecnologie».
Mentre puntate al governo del Paese la vostra base scricchiola. A Genova Grillo ha detto: «Fidatevi di me». Non è un approccio fideistico?
«No, perché quello che è accaduto a Genova serve a spiegare ai cittadini che non ci faremo fregare come nel 2013 quando della gente si è intrufolata nelle nostre liste per poi passare in Parlamento al gruppo misto».
Ma non create un precedente pericoloso per le vostre votazioni? Gli esclusi hanno ventilato possibili cause.
«Si tratta di mantenere dei principi sani o meno. E non è nemmeno un precedente. Già in passato abbiamo allontanato delle persone».
Segna la fine del cosiddetto «metodo Genova»?
«No. Il discorso poi non è su una norma o un metodo, come ho già detto, ma è sulla capacità di mantenere dei principi».
Come pensate di riformare i meet up?
«Non me ne occupo, non ne sono a conoscenza».
Che rapporti ha con gli scissionisti del Pd?
«Come con quelli del Pd. Non è cambiato nulla per me».
Perché avete preso le distanze dalla manifestazione dei «forconi» che si svolgerà oggi?
«Qualcuno diceva che era nostra e non lo è. Anzi colgo l’occasione per invitare tutti a manifestazioni pacifiche».
Si è pentito delle parole dell’altro giorno («Non vi lamentate se i cittadini manifestano in maniera violenta fuori dal Parlamento se dentro si fanno atti eversivi»)?
«Non mi posso pentire di una cosa che non ho mai detto. Esprimevo una preoccupazione. Se il Parlamento viola la legge, qualcuno si sentirà autorizzato a farlo fuori. E questo mi inquieta. Se sto in Parlamento è perché credo che le istituzioni si possano cambiare dal loro interno in modo pacifico».