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 2017  marzo 21 Martedì calendario

Dai voucher ad Alitalia: ecco chi ferma il Paese. Sindacati peggio dei padroni

C’è un aspetto della famosa distanza tra Paese reale e palazzi della politica di cui nessuno parla. E invece è importante, perché ha come risultato concreto una lunga serie di rogne quotidiane delle quali gli elettori di destra, centro e sinistra farebbero volentieri a meno. In termini semplici, la questione è la seguente: mentre gli italiani provano disgusto crescente verso i sindacati, nei cui confronti non hanno più alcuna fiducia, governo, parlamento e partiti fanno ancora a gara a chi è più bravo a portare l’acqua con le orecchie ai leader di Cgil, Cisl e Uil. Il costo di questo asservimento lo paga la collettività. 
Le aziende italiane del 2017 sono diversissime da quelle degli anni Settanta e le richieste dei cittadini nei confronti dello Stato sono cambiate profondamente, mentre le confederazioni sono rimaste quelle di allora; eppure, ogni volta che la politica è chiamata a mediare tra gli interessi dei sindacati e quelli delle imprese e delle famiglie, sono i primi che la spuntano, adesso come quarant’anni fa. Secondo l’istituto Demos di Ilvo Diamanti, oggi la Cgil ha la fiducia del 16% degli italiani, meno della metà rispetto al 2005, quando la percentuale era al 34%; peggio ancora vanno Cisl e Uil. Ma l’importante è che in quella quota sempre più infima che si affida ai sindacati ci siano coloro che, alla fine, decidono per tutti. 
Lo si è visto nelle recente partita dei voucher. Il ringhio di Susanna Camusso ha fatto subito accucciare Paolo Gentiloni sul cui coraggio politico nessuno dubitava, poiché tutti sanno che non c’è e Giuliano Poletti, nei confronti del quale invece era legittimo nutrire qualche aspettativa. Arrivato al governo con la fama di romagnolo pragmatico, il ministro del Lavoro ha fatto la finaccia di tanti presunti riformisti che lo hanno preceduto. Alla capa della Cgil è bastato impugnare la vecchia arma della demonizzazione, accusando i voucher di essere «la forma estrema della mercificazione del lavoro» e dunque chi li difende di essere uno schiavista, per vincere la partita del referendum abrogativo senza nemmeno giocarla. 
Inutili i ragionamenti di giuslavoristi come Pietro Ichino, che pure è senatore del Pd, il quale ha fatto presente che il lavoro retribuito con i voucher non supera lo 0,3% del totale: la smania di sottomettersi alla Camusso era tale che nessun ministro ha perso tempo a discutere simili dettagli. Ichino ha anche chiesto, come parziale riparazione, il rilancio del contratto di lavoro intermittente, che di fatto era stato cancellato proprio per fare posto ai voucher: nessuno lo ha ascoltato e così ora non abbiamo più né l’uno né gli altri. 
Sulle macerie dell’ennesima riforma fallita resta il caos legislativo: sempre per la fretta di compiacere la Camusso, Gentiloni e Poletti hanno cancellato le norme che regolavano l’utilizzo dei voucher già acquistati, che famiglie e imprese in teoria possono spendere sino al 31 dicembre. Bloccato anche il sito Inps attraverso cui si attivano i buoni. Il risultato è che chi ha in mano quei foglietti non sa che farci né a quali leggi fare riferimento. Niente di strano se il parlamento e i partiti sono gli unici che riscuotono meno fiducia dei sindacati. 
Cambia il nome di qualche sigla, ma è lo stesso meccanismo che sta mandando a picco ciò che resta di Alitalia. La settimana in cui si celebra l’anniversario dei trattati di Roma e che vedrà arrivare i leader dell’Unione e dei 27 Paesi Ue, col solito seguito di sfasciavetrine dei centri sociali di tutta Europa, è iniziata con la cancellazione del quaranta per cento dei voli da parte della compagnia tricolore. A scioperare ieri erano i controllori e i dipendenti aeroportuali, non i lavoratori di Alitalia, che si preparano a farlo in massa il 5 aprile, piantando così un altro chiodo sulla bara della compagnia. Facile previsione: toccherà al solito azionista rimediare allo sfascio compiuto da management, sindacati e governo. Il contribuente, l’azionista ideale: sottoscrive tutti gli aumenti di capitale e non pretende un soldo di dividendo, che tanto non c’è mai.