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Massimo Gaggi per il Corriere della Sera NEW YORK 101 anni, il miliardario più vecchio del mondo. Capo per 12 anni della Chase Manhattan Bank e ultimo nipote di John Rockefeller, il fondatore della Standard Oil, capostipite dei petrolieri americani. Quando muore un personaggio come David Rockefeller, spirato nel sonno ieri nella sua tenuta di Pocanto Hills, è facile dire che è la fine di un’epoca. La verità è che quell’epoca, l’era dell’egemonia dell’aristocrazia industriale cosmopolita della East Coast, era già finita da tempo. Almeno da 15-20 anni: da quando lui si era ritirato e l’asse del capitalismo Usa si era spostato verso la West Coast dove crescevano impetuosamente Microsoft e le imprese della Silicon Valley, da Google ad Apple. Ma David, oltre ad aver mantenuto un ruolo di grande filantropo – tra l’altro cofondatore del MoMa, il museo d’arte moderna di New York – è rimasto il simbolo di un’America prospera che voleva abbattere le barriere e globalizzarsi. Da banchiere, David Rockefeller, l’unico di 5 fratelli a dedicarsi totalmente agli affari (Nelson entrò in politica e fu governatore di New York, gli altri tre si dedicarono alla tutela ambientale, alla filantropia e, di nuovo, alla politica), entrò alla Chase nel 1946, quando la banca poteva operare solo nell’isola di Manhattan. Le barriere pian piano caddero grazie, anche, ai buoni uffici del fratello Nelson: nel 1960 la Chase arrivò nelle contee di Nassau e Westchester. Poi, con le liberalizzazioni, divenne una banca nazionale. E David, affascinante e cosmopolita per indole, divenne «globetrotter»: una sorta di ambasciatore itinerante della politica e degli affari americani nel mondo. Grande amico dell’Italia, Rockefeller strinse fin dagli anni 50 un sodalizio con Giovanni Agnelli, l’erede del gruppo Fiat, l’imprenditore visto dagli ambienti politici e finanziari internazionali come il principe rinascimentale del capitalismo italiano. David lo conobbe in un convengo a Fiuggi nel 1957 e fu amicizia a prima vista. È durata quasi mezzo secolo, fino alla scomparsa dell’Avvocato. E i due personaggi fondarono insieme un organismo, il Consiglio per le Relazioni Italia-Usa, che è ancora oggi luogo di dibattito politico, economico e culturale tra i due Paesi. Dunque, se la sua morte può essere considerata la fine di un’epoca è perché a scomparire – proprio mentre la presidenza Trump alza barriere, propone politiche nazionaliste e studia controriforme avverse al modello della banca universale – è il personaggio che le barriere finanziarie ha contribuito ad abbatterle e che ha coltivato una grande rete di rapporti internazionali: amico del leader cinese Deng Xiao-ping, di Nelson Mandela e dell’ex segretario di Stato, Henry Kissinger, David Rockefeller è stato molto criticato anche per i suoi rapporti col dittatore cileno Augusto Pinochet. Ma il segno più profondo, anche se involontario, nella politica americana lo lasciò a causa della sua amicizia con lo Scià di Persia. Detronizzato dalla rivoluzione khomeinista e malato, nel 1979 Reza Pahlavi chiese aiuto al vecchio amico David. Il quale, convinto che l’America non potesse abbandonare un sovrano che era stato un fedele alleato, convinse il presidente Carter ad accoglierlo e a curarlo negli Usa. La reazione di Teheran fu furibonda: 52 americani in ostaggio nell’ambasciata della capitale iraniana. Una crisi che durò ben 444 giorni. Per Washington, un’umiliazione senza precedenti che costò la Casa Bianca a Carter, sconfitto alle presidenziali del 1980 da Reagan. Ultimo animatore dei salotti politico-economici internazionali, dalla Trilateral alla Bilderberg, David Rockefeller è stato pure simbolo di una mutazione genetica del capitale americano. Ricchissimo, certo. Ma, quando morì, nel 1937, John Rockefeller era l’uomo più ricco del Pianeta. David, invece, era sceso al 581esimo posto, con un patrimonio di 3,3 miliardi di dollari.
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Vittorio Zucconi per la Repubblica
L’essere nato come sesto figlio di John Davidson, che dal padre John aveva ereditato una fortuna calcolata a oltre 300 miliardi di dollari di oggi, essere cresciuto in una casa di sette piani sulla 54esima strada di Manhattan, la più alta abitazione privata di New York dalla quale usciva bambino per schettinare sui marciapiedi di Park Avenue seguito da una limousine con l’autista nel caso cadesse e si facesse male, ha certamente aiutato il futuro presidente della Chase Manhattan Bank a considerare il mondo come il proprio campo giochi privato.
Ma i miliardari e i banchieri a New York sono comuni come i venditori arabi di falafel. L’unicità del bambino che pattinava con l’autista e che guardava ammirato il nonno che – mi disse lui in un’intervista per La Stampa nel suo ufficio al Rockefeller Center – «masticava il latte venti volte» per renderlo più digeribile, fu di capire che la ricchezza era il mezzo, non il fine. Era lo strumento per farsi aprire le porte di tutti i palazzi del potere, dall’Egitto di Sadat al Cremlino di Breznev come a quello di Eltsin e all’amicizia saldissima con Gianni Agnelli, il suo principale referente in Italia fino alla scomparsa. Aveva un “Rolodex”, un agenda con gli indirizzi privati e i telefoni diretti di 15 mila pezzi grossi nel mondo, che lui conservava in una stanza chiusa a chiave.
La sua politica era il soft power, il potere morbido e irresistibile del danaro, senza titoli nè portafogli, oltre a qualche consulenza per varie amministrazioni americane, tranne quella di Jimmy Carter, che lui disprezzava. Il suo messaggio, che negli anni ’70 portò la sua Chase quasi al fallimento fu una scoperta che avrebbe rivoluzionato i rapporti fra Stati: «Le nazioni non fanno fallimento », aveva teorizzato e la sua banca aveva inaugurato un’epoca di prestiti privati a Stati e governi che sarebbe divenuta, decenni più tardi, la slavina di default, di crediti tossici, da Cuba all’Argentina alla Grecia.
Ma la ragnatela di complicità e di necessità che lui esercitava nella discrezione era molto diversa dall’esuberante esibizionismo del fratello Nelson che divenne vice presidente di Gerald Ford prima di morire d’infarto in compagnia di una sconvolta segretaria. Preferiva mimetizzarsi in organizzazioni internazionali come la leggendaria “Commissione Trilaterale”, che lui finanziava e pilotava attraverso il fedelissimo consigliere e stratega, un giovane emigrato tedesco che avrebbe fatto immensa carriera grazie alla “Rockefeller Connection”, Henry Kissinger. Non aveva bisogno di una “Commissione” per esercitare quell’influenza che gli sarebbe bastata una telefonata per sfruttare, ma la Trilaterale era la copertura strategica, la scenografia intellettuale per promuovere la sua visione di un mondo globalizzato fra Europa, Asia e Americhe, controllato dall’ufficio al 36esimo piano del Rockefeller Center, tra capolavori d’arte moderna che collezionava e prestava al Museum of Modern Art, il Moma. Creato dalla madre, Abigail, negli anni ’20.
E soprattutto, prima di tutto, David Rockefeller, che vide il proprio figlio ucciso precipitato ai comandi del proprio aereo mentre volava per partecipare alla festa del suo 99esimo compleanno in una tragedia tanto simile alla fine di John John Jennedy, era Manhattan. Era l’espressione in carne e ossa della città che per tutta la sua vita da adulto ha dominato, promosso e salvato dalla bancarotta nel 1974, quando il Comune restò senza un cent e fu lui, tessendo la propria rete, a trovare i due miliardi – decine di oggi – necessari per riportarla a galla. Viveva, respirava e trasmetteva l’affascinante, misteriosa prepotenza planetaria di quella skyline che aveva contribuito a creare, sviluppando con prestiti e investimenti la zona dove sarebbero state costruire le Torri del Trade Center. Si dice che abbia lasciato, lui vedovo da anni, più di tre miliardi di dollari in eredità ai cinque figli, in fondo una miseria rispetto alle fortune lasciate dal nonno che masticava il latte, ma la sua vera eredità, la religione della globalizzazione, è in bancarotta. C’è ora il nuovo pontefice del protezionismo e dal nazionalismo, al comando. Il tempo dei Rockefeller è finito in quella stanza da letto, ieri notte, sulle colline sopra lo Hudson.