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 2017  marzo 21 Martedì calendario

Russia connection tra sospetti e realtà

Per l’ex funzionario della Cia Michael Morrel, uomo vicino alla Clinton, c’è molto fumo ma poco fuoco sui rapporti tra Trump e i russi. Giudizio che si scontra con i sospetti di chi invece ritiene esista un legame profondo, un intreccio basato su tre cerchi sui quali indaga l’Fbi.
Il primo cerchio
È rappresentato da Paul Manafort e Carter Page. Il primo diventa manager della campagna di Trump a fine marzo 2016, il secondo è indicato come consigliere. Personaggi noti le entrature a Mosca, con Page che parla in pubblico nella capitale russa e se la prende con l’atteggiamento da guerra fredda verso il Cremlino. Segnali che anticipano le promesse del futuro presidente, pronto a cambiare registro. Tanto è vero che è Trump in persona ad esortare gli hacker a violare le email di Hillary, appello che fa da sponda alle successive rivelazioni di WikiLeaks sulla posta personale della candidata.
L’agitarsi dei collaboratori, però, non passa inosservato. A metà agosto il New York Times diffonde dettagli su presunti fondi russo-ucraini in favore di Manafort. Che tiene duro per qualche giorno, poi il 19 è costretto a dimettersi. Un sacrificio che tuttavia non tronca i legami dell’entourage con la Russia. E questo nonostante l’intelligence Usa incalzi: il 7 ottobre denuncia le azioni dei cyber pirati contro le elezioni statunitensi. L’accusa fa scalpore, si ipotizza una santa alleanza Trump-Russia, ma la storia non incide sulla campagna. The Donald trionfa. Un successo che non calma le acque.
Il secondo cerchio
Il neopresidente sceglie come consigliere per la sicurezza Michael Flynn. Un militare tutto di un pezzo, scorbutico quanto professionale, cacciato da Obama per i suoi metodi. Tutti sanno che l’ufficiale ha grandi entrature al Cremlino. Si è fatto fotografare allo stesso tavolo con Vladimir Putin, è uno dei fautori della grande svolta verso l’avversario. Infatti si sbilancia e non poco. Nuove indiscrezioni spiattellano che Flynn ha avuto 5 colloqui con l’ambasciatore russo in America Sergei Kislyak. E il quadro peggiora quando si scopre che hanno discusso delle sanzioni occidentali contro la Russia, quelle misure che lo «zar» vorrebbe fossero tolte. Uno dei dialoghi avviene il 29 dicembre, lo stesso giorno in cui Obama, agli sgoccioli della sua presidenza, vara un nuovo pacchetto di ritorsioni. Siamo vicini alla seconda decapitazione. Perché Flynn ha raccontato bugie. Davanti alle contestazioni prima dice che il tema sanzioni non è stato affrontato e informa in questo senso il vicepresidente Pence che rilancia questa versione. Una frottola colossale. Il Dipartimento della Giustizia avvisa la Casa Bianca della situazione, i portavoce abbozzano un’inutile difesa. Il 13 febbraio Flynn, dopo aver ammesso di aver dato informazioni errate a Pence, è costretto a lasciare. I sospetti sulla Russia-Connection si gonfiano. Ecco il terzo cerchio, quello di Jeff Sessions, il nuovo segretario alla Giustizia.
Il terzo cerchio
Figura controversa, molto vicino al presidente, Sessions ha i suoi «segreti». È il Washington Post, il 1 marzo, a sganciare la bomba: il ministro ha avuto almeno due contatti con il solito ambasciatore Kislyak e non lo ha rivelato durante la deposizione al Congresso nonostante gli fosse stato chiesto. Le amnesie, i viaggi semi ufficiali, quelli pagati dai russi a Flynn, si aggiungono ad un aspetto controverso, il dossier compilato da un ex agente del servizio MI6 britannico, Christopher Steele, dove si adombrano possibili ricatti russi nei confronti di Trump dopo una visita in Russia nel 2013. Sempre complicato, in questi casi, distinguere tra disinformazione e verità.
Restano le ombre, l’ambiente è affollato di profili ambigui. I media accendono i riflettori su Michael Cohen, uno degli avvocati di Trump, e su Felix Sater, già usato dall’Fbi come informatore, collaboratore in passato della Cia per un’intricata operazione afghana e di recente entrato in un piano per l’Ucraina. Vicenda che sembra costruita per cementare la collaborazione tra Trump e Putin, ma diventa solo un altro filo di fumo. Spetterà all’Fbi trovare il fuoco.