Corriere della Sera, 21 marzo 2017
Il capo dell’Fbi sotto giuramento: indaghiamo sul legame Trump-Mosca
WASHINGTON Adesso c’è anche il timbro ufficiale dell’Fbi. Il suo direttore, James Comey, si presenta alle 10 di mattina davanti alla Commissione intelligence della Camera con queste parole, in diretta televisiva: «Sono stato autorizzato dal Dipartimento di giustizia a confermare che l’Fbi sta investigando sui tentativi del governo russo di interferire nelle nostre elezioni presidenziali del 2016. L’indagine è cominciata nel luglio 2016 e si concentra anche sulla natura di un qualsiasi tipo di legame tra individui associati all’organizzazione elettorale di Donald Trump e il governo russo. L’Fbi sta verificando se ci sia stato un coordinamento tra la campagna di Trump e le manovre russe».
Comey, ed è il secondo passaggio chiave dell’interminabile audizione, esclude in modo secco che Barack Obama abbia dato ordine di intercettare i telefoni di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti aveva accusato il suo predecessore con un tweet del 4 marzo scorso. Alla domanda sul tema, Comey risponde: «Io non ho alcuna informazione che possa corroborare il contenuto di quei tweet. E il Dipartimento di Stato mi ha chiesto di comunicare che condivide questa risposta negativa».
A fianco di Comey siede l’ammiraglio Michael Rogers, direttore della National Security Agency, che si occupa della sicurezza del territorio nazionale. Sottoscrive le conclusioni di Comey sulle presunte responsabilità di Obama: «Non abbiamo prove che ci siano state intercettazioni. Nessuno ci ha chiesto di avviare questo tipo di operazione ed è corretta la reazione dei nostri alleati britannici che hanno definito “ridicola” l’ipotesi di un loro coinvolgimento».
Poco dopo arriva la reazione della Casa Bianca. Prima ancora che cominciasse la seduta in Parlamento, Trump aveva preparato il terreno con un tweet, invitando l’Fbi a «trovare i responsabili delle fughe di notizie». Qualche componente repubblicano della Commissione segue la traccia indicata dal presidente e prova a spostare l’attenzione sui «leaks». Ma Comey chiude subito il varco, rispondendo: «Abbiamo notato un insolito aumento delle fughe di notizie nelle ultime settimane. Si tratta di un crimine grave e stiamo facendo il possibile per identificare i responsabili».
All’ora di pranzo Trump torna a farsi vivo dall’account ufficiale della presidenza: «L’Fbi e l’Nsa confermano che la Russia non ha influenzato il processo elettorale». Subito dopo il portavoce della presidenza, Sean Spicer, propone la sua interpretazione: «Siamo solo all’inizio dei lavori della Commissione. Il direttore dell’Fbi non ha portato prove sui legami tra la campagna di Trump e la Russia. E anche sulle intercettazioni ordinate da Obama, c’è ancora molto da indagare e da capire». In realtà Comey commenta quasi in diretta l’ultima uscita del presidente ripetendo che l’indagine è ancora aperta. E da lì in avanti oppone una lunga serie di «no comment» a tutti gli interrogativi sui collaboratori di Trump. «Ma vi prego di non interpretarli in un modo o nell’altro».