il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2017
Italiani popolo di poeti (anziani e snobbati)
Ho visto di tutto: scrittori, insegnanti, avvocati, operai, studenti, suore di clausura e persino carcerati. D’altronde i poeti hanno sempre un secondo lavoro, altrimenti morirebbero di fame”. Nicola Crocetti è il fondatore di una delle poche case editrici “pure” di poesia – Crocetti editore, appunto – ma è anche l’editore della rivista Poesia, un piccolo miracolo editoriale che ancora riesce a vendere quasi 20.000 copie. Eppure è scettico sul futuro della poesia – “la comprano solo i poeti” – e ancor più sugli aspiranti poeti, “ripiegati su se stessi, sui propri amori finiti male, incapaci di fare poesia civile”. “Ormai gli autori hanno settanta, ottant’anni, ci vorrebbe un ricambio generazionale”, incalza Michelangelo Camelliti, fondatore di Lieto Colle editore e “cartolibraio per sopravvivere”.
Sembra difficile dar torto a queste voci nel giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale della Poesia: come nota Luca Vaglio nel libro Cercando la Poesia perduta, gli ultimi dati Nielsen disponibili (i nuovi, comunica l’Associazione Italiana Editori, arriveranno in aprile) parlano di 527.000 libri di poesia venduti nel 2014, oltre il 20% in meno rispetto al 2009, per un fatturato di 6.248.128 euro, pari allo 0,59% del mercato. Il fatto è che anche i poeti più noti continuano a vendere sulle 1.000, 1.500 copie di media, “giusto per pagare la carta”, nota Elido Fazi, un editore che pubblica poesia ma con parsimonia (autori come Valentino Zeichen, morto a luglio scorso in povertà, o Claudio Damiani). I grandi editori, invece, hanno ormai rinunciato da tempo a pubblicare versi – resiste eroicamente la collana Specchio di Mondadori e la Serie Bianca di Einaudi – e quando lo fanno spesso si tratta di autori già noti per romanzi o saggi, come Aldo Nove, Michele Mari, Erri De Luca; oppure di ristampe dei classici, da Pablo Neruda a Thomas Stearns Eliot, da Wisława Szymborska a Rainer Maria Rilke. Specchio della crisi anche i premi letterari, che al solito premiano editori e amici, “pensi che Valentino Zeichen non è riuscito neanche a entrare in finale a Viareggio”, commenta sarcastico Fazi.
Ma l’Italia è davvero destinata a essere un Paese, tra l’altro, di poeti, però marginali e snobbati dai lettori? “Siamo passati in soli cinquant’anni dall’aratro allo smartphone, senza il momento intermedio del libro”, spiega il poeta Paolo Febbraro, che nella storica scarsa capacità di lettura degli italiani vede una delle ragioni delle crisi. In molti invece puntano il dito contro la scuola, dove “al massimo si arriva a Montale” e “dove si perde presto il contatto fisico con la poesia”, come spiega la poetessa Anna Maria Farabbi, che però, come tanti altri colleghi, sostiene anche la necessità che la poesia “scenda in piazza, nei supermercati, nei luoghi di tutti i giorni”.
“Basterebbe leggere una bella poesia al giorno, prima o dopo il tg, per cambiare tutto”, ragiona il poeta Silvio Raffo, mentre Maurizio Cucchi, da trent’anni editore e responsabile della collana Mondadori, si definisce “scioccato” da come i giornali trattino la poesia oggi rispetto a un tempo.
La crisi, comunque, ha generato esperimenti poetici innovativi: si va dai cosiddetti poetry slam, gare di poesia organizzate in taverne e centri sociali ai festival come Pordenonelegge, che ospita anche la poesia. E poi, ovviamente, c’è la contaminazione con i social media, sulla quale però i pareri non sono unanimi. “Mi sembrano un luogo autoreferenziale dove si è trasferito quel sottobosco di autori dilettanti che c’è sempre stato, ma che qui trova chi lo applaude”, dice Cucchi, critico anche verso i poetry slam (“intrattenimento, cabaret”).
“La poesia ha bisogno di tempi lenti e si rischia il copia incolla forsennato”, aggiunge Camelliti. Più indulgente Franco Arminio, che ha venduto 5.000 copie in un mese con Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere): “C’è chi mi legge sul blog e chi mi compra. L’importante è farsi capire, evitare l’oscurità, la gente già sta male. E poi bisogna fare battaglie sui temi civili, territorio, ecologia, sud”.
Ha fatto del connubio col web la sua cifra Guido Catalano, autore di poesie facili e ironiche, pubblicate sui suoi social network o stampate sui gadget – ciabatte, magliette – in vendita sul suo sito. Riempie i locali con i suoi live, ma vende anche libri, per Rizzoli: l’ultimo, Ogni volta che mi baci muore un nazista, elogiato da Michela Murgia, è ben piazzato in classifica. Usa invece Instagram per parlare di amore, perdita, trauma, guarigione e femminilità l’artista e poetessa Rupi Kaur (un milione di follower). Una sua foto di una donna distesa con la tuta macchiata di sangue mestruale fu rimossa dal social network, che poi si scusò e la ripristinò. Oggi il suo libro di poesie, Milk and Honey è stato appena pubblicato in Italia da tre60editore: un equilibrio di versi e disegni sul tema del corpo femminile che non solo colpisce alla pancia, alla testa e al cuore ma che riesce a vendere in tutto il mondo.
Testimoniando che quello di essere marginali non è, per i poeti, l’unico destino.