ItaliaOggi, 21 marzo 2017
Il pil, non dimentichiamolo, cresce anche grazie ai tifoni
Il Pil, valore statistico centrale della contabilità nazionale è, nonostante la sua adozione internazionale, una bufala denunciata più volte da questo giornale. Si cita, come esempio, l’articolo del 16 febbraio 93 con titolo «La ripresa americana è drogata dai cicloni», confermato da varie fonti e ben riassunto nella frase: «più della metà della crescita del 3,6% attribuita ai due trimestri del ’92 viene letteralmente da un disastro, ovvero i molti miliardi di dollari erogati a vario titolo alla collettività per compensare i danni causati dai due cicloni Andrew e Iniki e per cicatrizzarne le conseguenze, voci che, per la contabilità nazionale, confluiscono nel calcolo del prodotto interno lordo...».
Questo effetto perverso è dovuto alla modalità di calcolo del pil incentrato sulla spesa, ma prima ancora sulla prevalenza del concetto della crescita economica rispetto allo sviluppo economico, che, diversamente dal Pil, tiene conto della qualità della vita. La conseguenza è l’attribuzione di importanza positiva alle disgrazie naturali, ignorando la perdita in valor capitale di ciò che viene distrutto dagli eventi. Paradossalmente si potrebbe, con ironia, invocare il diluvio, perché tanto, poi, deve essere ricostruito il patrimonio distrutto, il che, tra l’altro, non è vero in tutti i casi: se crolla il Colosseo, non si può rifarlo!
Non si deve nemmeno dimenticare che il concetto ha avuto un padre nobile: il tanto beatificato Keynes, che, quando andava negli States a predicare e alloggiava in albergo, buttava per terra gli asciugamani puliti per moltiplicare il lavoro degli addetti alle pulizie. Pressappoco come fare un buco per terra e poi, non sapendo dove buttare il mucchio, scavare un nuovo buco e così all’infinito... fino alla pensione o, per stare agli uragani, fino al prossimo ciclone, che in America sono ricorrenti!
Pensiamo all’Italia, che ha i suoi eventi naturali negativi frequenti e si chiamano terremoti con distruzioni e morti. Seguendo la logica del Pil, dovremmo benedire i sussulti della terra, perché farebbero aumentare il Pil! Invece non accadono nemmeno i paradossali effetti sul Pil, lasciando solo i danni delle distruzioni in linea patrimoniale. Perché? Perché, quando accadono queste terribilità, si assiste al corteo di spudorati politici, che non si farebbero vedere, se mancassero le martellanti televisioni, pronte a far da grancassa ai paroloni, grondanti lacrime di solidarietà e promesse di interventi di spesa, che non avranno seguito o solo attuazione simbolica, perché mancano sempre i fondi e il piatto piange, fuorché per salvare banche politicizzate e sostenere altre spese di regime.
Intanto: a) il nostro pil cresce a meno dell1%, secondo gli ultimi dati, che spiegano le imposizioni arroganti della Ue; b) le aspettative di crescita sono, da più fonti, pessimistiche per l’immediato futuro; c) la politica, presa in problemi di bottega elettorale di tutti i partiti, influisce negativamente sull’economia con manovre solo fiscali. Ironia della sorte, nonostante i terremoti a ripetizione, il pil non si muove, perché manca l’effetto contabile della spesa pubblica e il fenomeno pur cinico dell’onere dei funerali non accade,
Ma anche quando «a babbo morto» si verifica si innesta un altro fenomeno perverso ricorrente nella spesa pubblica, che si chiama corruzione: se, per esempio, la ricostruzione di un ponte o di una strada potrebbe costare 100, con il sovraccarico di tangenti più o meno nascoste, costa alla fine 150, si potrebbe sostenere che le tangenti fanno aumentare il Pil! Certo, che no! Ma la contabilità del Pil lo ignora.
Non andiamo a spiegare certi fenomeni contabili alle vittime dei recenti terremoti abruzzesi, perché i rassegnati sopravvissuti potrebbero ricordarsi dell’invito evangelico: «Lasciate che i morti seppelliscano i morti». In conclusione, possiamo affermare che la tecnica contabile del pil è quella illustrata e dobbiamo arrenderci alla perversa fortuna della sua tecnica, ma, anche accettandola, resta una verità fondamentale: non è il valore numerico che conta, ma la «qualità della spesa».