Il Sole 24 Ore, 21 marzo 2017
Brexit, dopo il divorzio, si dividono i beni
Prima il divorzio con l’Europa, poi le mancate nozze con la Borsa di Francoforte: prossimo passo, «spezzatino» della City? La vita da «single» è una scelta degli inglesi, ma come in ogni divorzio, la libertà ha un prezzo: la Ue vuole da Londra 60 miliardi di euro per gli impegni di bilancio già presi con Bruxelles, ma la vera posta in gioco è il controllo sui centri nevralgici della finanza europea. Anche se Londra continuerà ad avere un ruolo chiave per la finanza mondiale, il distacco inglese apre un’opportunità per la finanza europea: diventare un mercato unico dei capitali una volta tanto nei fatti. Se l’Europa rischia di esplodere è anche per il bipolarismo che dimostra nella gestione del mercato finanziario: stringere il cappio alle banche con migliaia di regole le rende più sicure ma senza l’alternativa di un vero mercato dei capitali sono imprese e famiglie a pagarne il prezzo. Nel caso delle Borse Ue, il mercato unico dei capitali è solo Londra: Milano, Parigi, Francoforte e le altre sono piazze per il trading “di base”, quindi escluse dalla parte alta della catena del valore. Il redditizio e ben più strategico post-trading è monopolio londinese con il timbro Ue: è la City che funziona da contro-parte centrale per quasi tutti i mercati dell’eurozona. Per ragioni storiche e politiche Londra si è garantita il ruolo di Clearing House fin dal dopo-guerra: oggi è la «camera di compensazione centrale» per le banche e le istituzioni finanziarie che intermediano tutto ciò che ha un prezzo in euro, dai derivati alle azioni. A Londra c’è il più importante mercato over the counter dei cambi valutari in euro e il più grande mercato dei derivati sui tassi di interesse. Mille miliardi di euro sono intermediati ogni giorno nella City, mentre il giro d’affari dei derivati denominati in euro sui tassi di interesse è di oltre 927 miliardi. Questa euro-torta è spartita tra tre grandi clearing house: Cme Europe, London Metal Exchange e Lch Group, controllata dalla Borsa di Londra (che controlla a sua volta Borsa Italiana). Di queste, LCH si aggiudica la quasi totalità delle transazioni in euro: è non solo un controsenso valutario visto che la valuta degli inglesi è la sterlina, ma anche un rischio per la Bce. Se la vigilanza europea si ferma già oggi al confine sulla Manica, figuriamoci dopo la Brexit. Che senso ha, dunque, lasciare fuori dal perimetro della vigilanza Ue il controllo su un’attività tanto delicata e importante per la stabilità finanziaria dell’eurozona? Perchè non spostare il clearing di LCH in Italia, visto che Borsa Italiana ha avuto e ha ancora un ruolo chiave nella crescita del Lse?
Nel 2011 la Bce ha tentato inutilmente di riportare nell’Eurozona la sede di Lch, facendo leva sulla necessità di averne il controllo diretto in caso di crisi finanziarie. Fu la Corte Ue, su ricorso inglese, a bloccare il trasferimento. Ora la situazione è diversa. E come in ogni divorzio, i beni vanno divisi. La Borsa di Milano, che a Londra ha dato servizi ed eccellenze, si è candidata come sede per l’euroclearing: per il listino e il Paese sarebbe un’iniezione di fiducia.