La Gazzetta dello Sport, 21 marzo 2017
Nevio Scala racconta Buffon: «I miei tormenti e la sua sicurezza per quella prima volta»
Nevio Scala, lei è l’uomo che a Parma accese l’interruttore Buffon: quella prima volta come andò veramente?
«È sabato sera, giorno di vigilia. La domenica giochiamo contro il Milan e insomma penso, ripenso ma in fondo la decisione dentro di me l’ho presa: gioca lui, gioca Gigi».
Approfondisca il retroscena.
«Il martedì di quella settimana si fa male Luca Bucci, il titolare. Ne rimangono due: Gigi e Alessandro Nista, e quest’ultimo sarebbe il vice. Da quel martedì fino all’ultimo allenamento, io e il mio preparatore dei portieri, Enzo Di Palma, facciamo le stesse cose di sempre ma guardiamo con un occhio diverso Buffon. E vediamo che nessuno riesce a fargli gol. Sa nessuno? Nessuno. Così, proprio in quel sabato, a fine seduta vado da Enzo e gli dico: “Anche tu hai visto quel che ho visto io?”. E lui: “Non devi nemmeno dirlo”».
Ora c’è da dirlo a Gigi.
«Sabato sera appunto, in ritiro. Non è stato facile nemmeno dire a Nista che sarebbe rimasto in panchina anche stavolta, ma avevo deciso e sarebbe stato così, pur tormentandomi fra due dubbi. Il primo: Gigi era un fenomeno ma aveva pur sempre 17 anni. Due: rischio il linciaggio della società e della gente, nel fare una scelta del genere proprio contro il Milan. Insomma, vado da Gigi e semplicemente gli dico: «Cosa dici se ti faccio giocare domani?”. E lui: “Mister, che problemi ci sono...?”. Non era follia, la sua: era semplicemente già adulto».
Quel match finì zero a zero: un successone.
«E lui fece una parata fantastica, non ricordo se su Weah o Baggio. Ma un’altra cosa che ricordo distintamente è il brusio della gente al Tardini alla lettura delle formazioni. Ooooohhhh, facevano tutti. Mi davano del matto insomma. Pensai che se fosse andate male mi avrebbero rincorso, ma ero sicuro di ogni scelta fatta».
Il vostro... dopo al rientro dagli spogliatoi come fu?
«Gli feci i complimenti. Mi aspettavo quello da lui, e pure che non si esaltasse dopo: e così è stato. Perché è un ragazzo che ha nell’attenzione, nella sensibilità e nella semplicità doti naturali e mai perdute».
Perché, allora, era già il più bravo?
«Aveva qualità innate, elasticità e occhio, la tecnica addosso, sapeva leggere le situazioni di gioco, i movimenti degli avversari, anticipava quel che sarebbe successo. Semplicemente un fenomeno».
Vi sentite ancora?
«Ci incontrammo due anni fa a Parma per un evento. Io non sono un tipo che chiama, che rompe le scatole; ma sono certo che se dovessimo rivederci, lui mi darebbe un bacio e un abbraccio. Cosa vorrei dirgli oggi? Un bravo ripetuto mille volte e un... fatti sentire dai...».
E quanto gli somiglia, oggi, Donnarumma?
«Io vedo il portiere del Milan e mi sembra di tornare indietro di vent’anni. Ci assomiglia moltissimo. L’erede è lui».
Gigi ha intenzione di smettere nel 2018: dovrebbe continuare?
«Lui è un uomo intelligente e chiuderà quando sarà giusto. Meglio salutare quando sei applaudito, osannato, e non andare a cercare un fine-carriera altrove o in B. Finirà con la Juve, quando vorrà ma al momento opportuno: perché Gigi ha la testa giusta per sapere l’attimo perfetto. Da sempre».