20 marzo 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - GLI ACCORDI CON LA LIBIA SUI MIGRANTIFIORENZA SARZANINI SUL CORRIERE DI STAMATTINAUna nuova intesa per collaborare con la Libia nella lotta ai trafficanti di uomini «con azioni comuni, rapide e decisive per evitare che migliaia di persone rischino la vita per raggiungere il Nord Africa e l’Europa»
APPUNTI PER GAZZETTA - GLI ACCORDI CON LA LIBIA SUI MIGRANTI
FIORENZA SARZANINI SUL CORRIERE DI STAMATTINA
Una nuova intesa per collaborare con la Libia nella lotta ai trafficanti di uomini «con azioni comuni, rapide e decisive per evitare che migliaia di persone rischino la vita per raggiungere il Nord Africa e l’Europa». E per coinvolgere in questo programma gli altri Stati africani. È un nuovo e decisivo passo quello che sarà compiuto questa mattina a Roma durante la riunione dei ministri dell’Interno della rotta del Mediterraneo (Europa, Africa, presente la Svizzera) presieduta da Marco Minniti. Perché nei giorni scorsi il governo presieduto da Fayez al-Serraj ha presentato all’Italia la lista delle «necessità» per rendere operativo l’accordo siglato il 2 febbraio scorso con il premier Gentiloni e appoggiato dall’intera Unione. Un elenco di una decina di pagine che contiene nel dettaglio le forniture da inviare a Tripoli e rappresenta la base per i negoziati avviati un mese e mezzo fa dopo il lavoro di mediazione svolto con le varie fazioni libiche proprio da Minniti.
Nuovo record di sbarchi: oltre 16 mila arriviLa trattativa è dunque entrata nel vivo. Ora è però necessario uno sforzo comune anche dal punto di vista economico. Tenendo conto che nei primi due mesi e mezzo del 2017 il numero delle persone sbarcate ha subito un’impennata del 36 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: con 16.206 arrivate fino al 17 marzo. Per questo il gruppo di lavoro che agisce per conto del governo ha già programmato diversi incontri con la commissione libica e un sopralluogo nella capitale, Tripoli, che dovrebbe svolgersi entro la metà del prossimo aprile. Consapevole che bisogna dare subito un segnale forte ai trafficanti.
Mezzi e uomini per oltre 800 milioniPer controllare i flussi migratori e fermare le partenze il governo Serraj chiede infatti navi, elicotteri, fuoristrada, macchine, ambulanze, sale operative, apparecchiature. La spesa prevista è di almeno 800 milioni di euro. Bruxelles ha già stanziato in via d’urgenza 200 milioni di euro, ma è una cifra che non può bastare e dunque si dovrà attingere al fondo per l’Africa, come del resto era stato promesso dai leader dell’Ue subito dopo la firma dell’intesa. La presenza del commissario europeo Dimitri Avramopoulos al vertice di questa mattina viene ritenuta garanzia per la volontà di cooperazione internazionale ed è proprio su questo tasto che Minniti continua a battere per raggiungere in tempi brevi i primi risultati. Ma anche per sostenere Serraj in un momento di estrema difficoltà: la presenza del premier libico a Roma fino a ieri sera non era data per scontata «a causa delle condizioni attuali del Paese dopo gli scontri dei giorni scorsi a Tripoli», mentre è stata confermata la presenza della delegazione composta dal ministro dell’Interno Elarif El Khoja, quello degli Esteri, Mohamed Tahar Siala e il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Abdel Rahman Swaheli.
10 ambulanze, 24 gommoni mute, satellitari e bomboleL’accordo bilaterale prevede «l’addestramento, l’equipaggiamento e il sostegno alla guardia costiera libica». Per questo l’elenco delle forniture è lungo e costoso. L’obiettivo è di completare il piano di consegna in 24 mesi, anche se alcuni punti dovranno essere ritoccati. In particolare sono state chieste 10 navi per la ricerca e il soccorso (alcune da oltre trenta metri) e 10 motovedette che devono essere utilizzate per i controlli sotto costa in modo da impedire alle «carrette» dei trafficanti di salpare. Le prime tre imbarcazioni potrebbero essere consegnate già agli inizi di giugno, prevedendo una dilatazione dei tempi per quelle più grandi. E poi quattro elicotteri che dovranno «guidare» le operazioni contro le organizzazioni che gestiscono i viaggi della speranza, ma anche coadiuvare il recupero in mare. Nell’elenco sono stati poi inseriti: 24 gommoni, 10 ambulanze, 30 jeep, 15 automobili, 30 telefoni satellitari Turaya oltre a mute da sub, bombole per l’ossigeno, binocoli diurni e notturni. Saranno le forze dell’ordine italiane a dover addestrare i poliziotti locali e gli uomini della Guardia costiera. Su questo c’è già l’intesa con l’Ue che finanzierà la missione della Capitaneria di porto che partirà entro due mesi.
Le due sale operative e i sistemi radarUno dei punti fondamentali dell’intesa riguarda la creazione di una sala operativa uguale a quelle che si trovano in tutti gli Stati dell’Unione e consentono di tenere sotto controllo costantemente il tratto di Mediterraneo che separa la Libia dall’Europa, dunque dall’Italia. In questo modo Tripoli avrà infatti il monitoraggio costante della situazione e dunque sarà obbligata a effettuare tutte le azioni di recupero di eventuali naufraghi. Non solo. La connessione con il sistema internazionale garantirà l’obbligo di cooperazione. Esiste però un aspetto che dovrà essere risolto: riguarda la fornitura dei sistemi radar che Tripoli ha inserito nella lista consegnata all’Italia. Per la concessione di questo tipo di apparecchiature occorre infatti il via libera dell’Onu visto che si tratta di materiale che finora era sotto embargo e dunque i tempi non potranno essere brevi, anche se dalle Nazioni Unite più volte è stata evidenziata la necessità di siglare l’accordo con il governo libico e quello guidato da Serraj è l’unico ad aver ottenuto il riconoscimento.
Progetti e campi negli Stati africaniIl piano messo a punto da Minniti tiene conto — come sarà evidenziato nel documento in discussione questa mattina — che «i dati dei flussi lungo la rotta del Mediterraneo centrale lasciano già prefigurare un forte incremento rispetto al 2016» e dunque sarà necessario «segnare un turning point nella gestione del fenomeno coinvolgendo i nostri partner nordafricani in un’azione strategica condivisa che porterà i suoi frutti nel medio lungo periodo, ma che già a breve termine potrebbe consentire di constatare dei progressi concreti». In particolare è stato già avviato un negoziato per la creazione di campi di accoglienza per i profughi in alcuni Paesi africani in modo da alleggerire la pressione proprio sulla Libia. Minniti lo ribadirà questa mattina in modo da inserire nel documento finale la necessità di dare «un segnale forte per aprire nuove prospettive di collaborazione», sottolineando come «la partecipazione dell’Ue sia determinante per il successo di questa iniziativa, così come lo è stata per il raggiungimento dell’accordo con la Turchia».
fsarzanini@corriere.itGLI SBARCHI SONO AUMENTATI
Un altro giorno record per gli sbarchi sulle coste italiane. Un’altra domenica di lavoro serrato per i soccorritori. Sono state 25 le operazioni di salvataggio svolte nelle ultime 24 ore nel tratto di mare che separa la Libia dal nostro Paese, con 3.315 persone recuperate e trasferite nei porti siciliani. È soltanto l’inizio. I dati confermano che i viaggi si sono intensificati anche in periodi generalmente più tranquilli come quello dei primi mesi dell’anno. E i numeri fanno già impressione.
Secondo le statistiche del Viminale fino al 17 marzo 2017 — cioè tre giorni fa — sono approdati 16.206 stranieri, a fronte degli 11.911 arrivati nel 2016 e i 9.277 del 2015. Con gli oltre 3.000 migranti di ieri si supera quota 20.000 e tanto basta per comprendere la necessità di fermare il trend.
Attualmente sono 173.805 i richiedenti asilo che si trovano nei centri. Tra loro ben 136.745 sono nelle strutture temporanee e 13.231 quelli che invece sono nei centri di prima accoglienza. Una situazione che può rapidamente diventare drammatica se non si riuscirà a mettere un freno alle partenze dalla Libia.
E soprattutto se non si riuscirà a ottenere dall’Unione Europea una collaborazione reale nel ricollocamento dei profughi. Nonostante gli impegni e le promesse ribadite nelle ultime settimane, il sistema che era stato messo a punto dalla commissione presieduta da Jean-Claude Juncker è definitivamente fallito. Soltanto 4.170 hanno infatti lasciato l’Italia per essere assistiti in un altro Paese dell’Ue a fronte di un numero di trasferimenti che doveva già aver superato le 20.000 unità.
Problema grave riguarda i minori che arrivano da soli e che devono essere sistemati in strutture adeguate. Nel 2016 sono stati 25.846 e gli analisti sono convinti che anche quest’anno, se non si riuscirà ad arginare il numero delle partenze, l’Italia potrebbe trovarsi ad affrontare un’emergenza analoga. Fino al 6 marzo scorso ne sono stati infatti contati ben 2.230. Alcuni hanno più di 14 anni, sono autosufficienti ma devono essere tenuti sotto sorveglianza per evitare che vengano arruolati dai criminali. Altri sono invece molto piccoli, arrivano da soli perché il papà e la mamma sono morti durante la traversata.
F. Sar.PEZZO DI MILENA GABANELLI
Entrano, e non escono più. È la conseguenza degli accordi di Dublino: il Paese di primo sbarco deve farsi carico del richiedente asilo. Come abbiamo potuto legarci le mani così, proprio noi, che siamo geograficamente «il Paese di primo sbarco» ?
La responsabilità di quell’accordo ha nomi e cognomi. I Paesi membri hanno avuto la possibilità di proporre modifiche nel 2003, a fine 2008, e ancora nel 2013. L’Italia, pur avendo il problema in casa già esploso, non ha mai fiatato, e quando ce ne siamo accorti era troppo tardi. Quindi se oggi non sappiamo dove sbattere la testa, è anche grazie al governo Berlusconi, e ai ministri dell’Interno di quegli anni, Maroni e Alfano. Poi c’è la responsabilità dei governi Monti, Letta e Renzi, che hanno continuato a scaricare la gestione del fenomeno sul terzo settore, dentro al quale hanno lucrato le mafie, i furbi e gli improvvisati. Il sistema disegnato per l’accoglienza funziona solo sulla carta, ma di fatto riempie il Paese di emarginati, rischiando la rivolta sociale.
Negli ultimi 3 mesi però è arrivato il ministro Minniti, che ha firmato accordi con le autorità libiche per fermare i trafficanti di uomini, garantire il pattugliamento delle frontiere, e l’allestimento di campi d’accoglienza in Libia dove fare l’identificazione. Sul piatto ha messo 200 milioni, e il sostegno di Bruxelles. Se andrà bene (ce lo auguriamo), si rallenteranno i flussi per un po’, e in Europa l’Italia avrà un altro peso.
Però intanto come ci stiamo organizzando? Perché ai 180 mila arrivi dello scorso anno si aggiungono gli inesorabili sbarchi quotidiani; sappiamo che gli accordi libici sono una scommessa, essendo un Paese dilaniato dalle fazioni. L’Africa è una polveriera: negli ultimi 6 anni si sono aperti 15 nuovi conflitti, e l’Egitto «ospita» 5 milioni di migranti pronti a partire per l’Europa. Faremo accordi anche con il Cairo, ma pensare di bloccarli tutti è un’illusione. I credenti possono accendere un cero alla Madonna affinché i cinesi e gli indiani aumentino i loro investimenti in Africa, creando sul posto opportunità di lavoro, ma noi abbiamo un problema qui e adesso.
Minniti ha potenziato le commissioni per il diritto all’asilo per ridurre i tempi di definizione dello status (oggi ci vogliono 2 anni), nei processi ridotto il giudizio di 1° grado, ha istituito piccoli centri di «sorveglianza» per quei 1600 clandestini, il cui rimpatrio forzoso è complesso. Sta sveltendo le modalità di rimpatrio degli irregolari offrendo una contropartita ai Paesi d’origine. Però la gestione complessiva continua a stare nelle mani di cooperative e associazioni, dove le competenze si improvvisano, e allora è difficile individuare il soggetto che sta prendendo la via della radicalizzazione. La doverosa introduzione di una più rigida procedura nell’assegnazione degli appalti con relativa tracciabilità del servizio, non cambia la sostanza.
Il governo dovrebbe avere il coraggio di voltar pagina con un’organizzazione pubblica, e una visione d’impresa che trasformi «la disgrazia» in un generatore di lavoro e inclusione. A partire dalla prima accoglienza: si dovrebbero utilizzare gli edifici pubblici dismessi (ne abbiamo centinaia, dagli ex ospedali alle caserme); alcuni sono già abitabili, gli altri si dovrebbero rimettere a posto con procedure d’urgenza, invece di lasciarli marcire. Ricordiamo che nel 2016 abbiamo speso oltre 1 miliardo di euro solo in alloggi, e non sempre dignitosi.
Si dovrebbe assumere personale qualificato (medici, psicologi, insegnanti, formatori, tecnici), per l’insegnamento della lingua italiana e inglese, le regole della democrazia europea, e un mestiere, con obbligo di frequenza giornaliera e definizione di regole rigide.
Anche l’identificazione di chi ha diritto a restare e chi no, andrebbe fatta in questi luoghi. Nel vertice di oggi a Roma Minniti si troverà di fronte al suo omologo tedesco, potrebbe chiedergli di condividere con noi il software messo a punto dalla Germania e in grado di riconoscere automaticamente il dialetto di una persona, per accertare che il richiedente asilo provenga davvero dalla regione da cui dichiara di arrivare.
Trascorsi 6 mesi, a formazione ultimata, gli aventi diritto sarebbero in parte assegnati in piccoli gruppi ai Comuni, e con il contributo dello Stato, inseriti nel mondo del lavoro, e in parte riallocati nel resto dei Paesi europei con il meccanismo delle quote. Siccome il «lavoro sporco» lo faremmo noi, dobbiamo pretendere il finanziamento dall’Europa.
Su questi punti oggi a Roma si potrebbero battere i pugni sul tavolo. Il commissario Avramopoulos la scorsa primavera aveva dichiarato a Report :«Se l’Italia ci presenta un progetto strutturato in questa maniera i soldi ci sono!». Tre giorni fa al Corriere ha ribadito: «Voglio elogiare l’Italia per l’umanità e la solidarietà che ha saputo dimostrare ai tanti disgraziati; la Commissione è pronta ad aiutare ulteriormente l’italia».
Facciamo i conti: nel 2016 la spesa per l’immigrazione è stata di 3,3 miliardi, nel 2017 la previsione è di 4,2 miliardi. Dall’Europa riceviamo, a partire dal 2014, 600 milioni spalmati su 6 anni, più 62 milioni erogati l’anno scorso. Parallelamente però la Commissione stanzia un altro fiume di denaro che si disperde in mille rivoli, finanziando enti, ong e organizzazioni internazionali che operano in Italia con progetti specifici dedicati ai migranti. Poi ci sono: Il Fondo europeo regionale di sviluppo, il Fondo europeo sociale, il Fondo asilo, migrazione, integrazione. E in casa nostra abbiamo i Centri provinciali di istruzione, operativi su tutto il territorio nazionale dal 1° settembre 2015 che devono fare corsi di lingua e formazione, ma ignorati da prefetti, Comuni, cooperative. In sostanza fanno tutti le stesse cose, senza coordinamento, producendo sovrapposizioni e inefficienze.
Per trasformare la gestione «solidale» in un meccanismo controllato ed efficiente servono 2 miliardi e mezzo l’anno, e allora, signor Avramopoulos, grazie per l’elogio alla nostra umanità, ma è venuto il momento di passare ai fatti, versando in un’unica cassa (quella dello Stato italiano) il dovuto. E mandateci anche un commissario a supervisionare la gestione. Non abbiamo alternativa, poiché siamo di fatto l’hub d’Europa. Si innescherà un meccanismo che genera lavoro nel nostro Paese, ci saranno meno «disgraziati» in giro, e i cittadini avranno percezione di maggiore sicurezza. Salvando così gli equilibri della democrazia, a cui tutti teniamo tanto.
FRANCESCO SEMPRINI SULLA STAMPA.IT
Le crescenti tensioni in Libia e l’acuirsi degli scontri tra formazioni armate a Tripoli hanno costretto il premier del governo di accordo nazionale libico, Fayez Al Sarraj, a rinunciare a partecipare alla imminente missione in Italia.
Una missione prevista per oggi ma che il leader libico preferisce non guidare personalmente «a causa delle condizioni attuali» che stanno animando il Paese e la capitale stessa. L’annuncio arriva dal media «Al Wasat» che riporta quanto comunicato da fonti del Consiglio di presidenza. In Italia tuttavia arriveranno il ministro dell’Interno Elarif El Khoja, il ministro degli Esteri, Mohamed Tahar Siala e il presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Abdel Rahman Swaheli. La delegazione libica parteciperà a Roma alla riunione Europa-Nord Africa per la creazione di un gruppo di contatto permanente tra le due sponde del Mediterraneo per governare i flussi migratori.
Nonostante la rinuncia del premier il governo intende tuttavia proseguire il round di incontri e negoziati con la comunità internazionale per porre le basi all’attuazione di quella «roadmap per salvare la Libia» che passa anche attraverso la soluzione della piaga del traffico di esseri umani. Una roadmap auspicata dallo stesso Sarraj all’indomani delle celebrazioni del 17 febbraio, anniversario della rivoluzione che ha portato alla caduta del regime gheddafiano. E che si fa sempre più urgente vista l’escalation delle tensioni in seno alla capitale, dove ogni giorno si fronteggiano milizie di diversa estrazione e orientamento. Ma anche dinanzi all’evoluzione degli accadimenti che riguardano la Libia tutta sempre più divisa tra Ovest ed Est, ovvero tra il Gna e il Parlamento di Tobruk alleato del generale Khalifa Haftar. Il tutto complicato dalla sempre maggiore ingerenza di attori esterni, a partire dalla Russia che proprio in Haftar sta trovando la sponda strategica per incunearsi in maniera più incalzante nella partita libica. A confermarlo è stato la scorsa settimana il generale Thomas Waldhauser capo di Africom, il comando militare americano in Africa, il quale ha lanciato un monito al Congresso Usa.
Il militare ha denunciato i vistosi movimenti russi a sostegno della Cirenaica esortando implicitamente l’amministrazione di Donald Trump a prendere posizioni più nette sulla Libia per evitare che le ingerenze di Mosca diventino sempre maggiori. In tale contesto si inserisce la missione avvenuta nei giorni scorsi di Ahmed Maetig, vice di Sarraj, proprio negli Stati Uniti.
Il numero due del Consiglio presidenziale libico, rivelano fonti autorevoli a La Stampa, ha avuto una serie di incontri di alto livello tra Washington e New York con esponenti della squadra trumpiana e delle Nazioni Unite. L’obiettivo è stato quello di aggiornare sulla situazione in Libia e stimolare una mobilitazione degli Usa più vigorosa, sia nella prosecuzione degli sforzi nella lotta al terrore, sia nel processo di stabilizzazione del Paese. Tutto ciò mentre a Tunisi il «Quartetto», ovvero Unione europea, Lega araba, Unione africana e Onu, insieme ai Paesi confinanti con la Libia, si sono incontrati a Tunisi con l’obiettivo di convincere la Camera dei rappresentanti libica (Hor) e Consiglio di Stato supremo a un’intesa basata sull’accordo politico libico in attuazione dell’Accordo di Skhirat, del dicembre 2015.
Alla riunione ha partecipato anche l’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, la quale ha annunciato che un secondo incontro del Quartetto si terrà in tempi brevi a Bruxelles.