Libero, 19 marzo 2017
«Scrivo sempre in prima persona perché sono un umile narciso». Intervista a Emmanuel Carrère
«Non so se il mio essere anti-flaubertiano nella scrittura sia una scelta irreversibile... per adesso mi è congeniale scrivere in prima persona. È una tendenza che indica al tempo stesso un po’ di narcisismo e un po’ di umiltà». Così parla della propria arte Emmanuel Carrère, autore tra i più importanti in Francia e molto amato anche in Italia.
Dopo aver incontrato il pubblico di Roma ieri al festival Libri Come, stasera alle 20.30 lo scrittore sarà a Milano, al Teatro Franco Parenti, per parlare del suo ultimo libro: Propizio è avere ove recarsi (Adelphi, pp. 428, euro 22). Non un romanzo, ma una raccolta di articoli, idee, riflessioni, progetti abbozzati, viaggi immaginari e reali, che restituisce la consistenza leggera e penetrante dell’universo Carrère. Un universo privato, talvolta osceno, acuto sempre, capace di ritrarre con compassione e puntualità i peggiori fatti di cronaca, come di immergersi nelle vite ai limiti di personaggi quali Philip K. Dick o Eduard Limonov, un dissidente russo segnato da un’esistenza spericolata. Uno sguardo fugace e lascivo nel backstage della fucina di un grande scrittore.
Partiamo dal suo progetto più ambizioso, la stesura de L’avversario: un fatto reale di cronaca nera diventa lo spunto di un romanzo-verità costruito sulle orme di Truman Capote e del suo A sangue freddo.
«La stesura è stata lunga, laboriosa e dolorosa psicologicamente: passare sette anni con una storia come questa, non è la cosa più confortevole che ti possa capitare. Riferirsi a Capote, in questi casi, è inevitabile. Anch’io all’inizio ho cercato di seguire il suo modello, eppure in Capote l’impassibilità alla Flaubert pone qualche problema».
Per questo ha intrapreso una strada diversa?
«In lui c’è una questione morale enorme: da un lato vuole raccontare i fatti con assoluto distacco, vuol far scomparire l’Io; ma dall’altro è più che coinvolto nella vicenda, ha passato anni a contatto con i detenuti, e in particolare con Perry Smith ha stretto un legame intenso. I due criminali ovviamente speravano in un suo aiuto, ma Capote probabilmente pregava il suo dio che venissero giustiziati, così da mettere la parola fine a un lavoro che lo stava consumando. Questa sorta di “scomodità morale” mi ha fatto capire che la soluzione per me era scrivere in prima persona».
Una sua grande passione è Philip K. Dick, uno scrittore che lei annovera tra i più grandi di tutti i tempi e a cui ha dedicato la biografia Io sono vivo, voi siete morti.
«L’importanza letteraria di Dick è molto aumentata negli ultimi 20 anni, ma lui è di fatto uno scrittore di fantascienza e tanti lettori sono allergici a questo genere: appena aprono il libro e vedono la chincaglieria della fantascienza, mollano. Il fatto è che Dick va al di là del genere letterario, ha avuto delle intuizioni la cui profondità è paragonabile a quelle di Dostoevskij. Gli stessi rimproveri che uno come Nabokov faceva a Dostoevskij di scrivere in fretta, di arronzare si potrebbero fare a Dick. Ma io non sono dalla parte del raffinato parnassiano autore di Lolita».
Uno dei suoi racconti più controversi è Facciamo un gioco: una lettera alla sua compagna, dall’alto tasso erotico, pubblicata su Le Monde il giorno in cui la donna doveva prendere un treno per raggiungerla. Da un punto di vista letterario un gran successo, da quello privato un disastro. Lo rifarebbe?
«Retrospettivamente dico no. All’epoca avevo mandato l’articolo con grande leggerezza, mi sembrava una cosa innocente. Non avevo considerato l’aspetto perverso. La risposta che mi ha dato la realtà mi ha fatto capire quali erano i rischi che non avevo calcolato. Ben inteso, quando parlo di perversione non mi riferisco al sesso, non ho niente contro la pornografia. Quello che rischia di essere perverso è l’idea di padroneggiare in modo assoluto la realtà, l’ossessione che la realtà ti obbedisca».
Forse la grande letteratura deve essere perversa.
(Lungo silenzio, occhi fissi e poi un sorriso) «Ci devo pensare su».
La Corte di giustizia europea ha sancito la legittimità di vietare il velo sul lavoro. Questa sentenza rischia di accrescere quella che ormai sembra un’inevitabile contrapposizione tra due visioni del mondo: l’islam e l’Occidente. Lei che ne pensa?
«Non credo alla teoria dello scontro di civiltà, penso che si tratti di una crisi interna all’islam, che è composto da diverse fazioni. Pensare che tutto l’islam si identifichi con il terrorismo è come pensare che tutto il cristianesimo si riduca alla caccia alle streghe di Hawthorne. Oggi il volto spaventoso del cristianesimo non esiste più, mi auguro che presto non esisterà più neanche quello dell’islam».