la Repubblica, 19 marzo 2017
Escalation di corsi in inglese. Così gli atenei seducono all’estero
MILANO Le università italiane parlano sempre di più in inglese. Mentre si riapre il dibattito tra favorevoli e contrari alla lingua straniera nei corsi universitari dopo la recente sentenza della Consulta, i numeri descrivono una realtà che ha già preso una direzione precisa: negli ultimi cinque anni, infatti, l’offerta formativa in inglese negli atenei italiani è cresciuta del 43 per cento.
Secondo i dati della Crui incrociati con quelli del Miur (raccolti sul sito universitaly.it) sono complessivamente 958 i corsi in lingua straniera contando le lauree triennali, le magistrali, i dottorati, i master e le winter/summer school, mentre nel 2012 erano 671. In particolare per quanto riguarda i corsi di laurea (triennali e magistrali) si è passati da 185 a 276 e a organizzarli sono 54 università su 89.
A guidare la classifica dei corsi erogati in lingua inglese c’è il Politecnico di Milano, dove si è raggiunta quota 24: si tratta principalmente di magistrali in ingegneria, architettura e design. Non è un caso che sia questo l’ateneo dove si sono levate le proteste di alcuni professori contrari alla virata verso la lingua straniera: 234 docenti hanno portato avanti un ricorso al Tar, arrivato in Consiglio di Stato e infine approdato alla Consulta. Ovvero il percorso giuridico che ha alimentato il dibattito a cui hanno preso parte costituzionalisti come Michele Ainis e scienziati del livello di Alberto Mantovani. Tra gli altri atenei che hanno investito sul processo di internazionalizzazione ci sono Bologna che conta 19 corsi di laurea, Trento (17) e la Sapienza (14). Nei privati spicca la Bocconi, una delle prime università ad attivare corsi in inglese già nel 2001 con il Degree in International Economics and Management diretto da Tito Boeri: oggi ne ha dieci.
Dal canto loro i rettori chiedono maggiore chiarezza: «Quella che si è venuta a creare è una situazione paradossale – dice Paolo Comanducci, alla guida dell’università di Genova –, da una parte c’è il ministero che garantisce una quota premiale per gli atenei che attivano corsi di lingua in inglese, dall’altra c’è la Consulta che richiama il primato dell’italiano. Personalmente credo che, se vogliamo essere competitivi a livello internazionale, per lo meno una quota di corsi in inglese ci deve essere». Perché il punto è riuscire ad essere attrattivi per gli stranieri. Anche su questo i numeri parlano chiaro: secondo l’Unesco gli studenti internazionali nel mondo sono raddoppiati da 2000 al 2013 e cresceranno ancora fino al 2020, anno in cui ci saranno 7 milioni di giovani sparsi per il mondo pronti a scegliere un’esperienza di studi all’estero.
Per alcuni la soluzione ideale sarebbe quella di garantire i corsi in doppia lingua. Come fanno ad esempio alla Sapienza: «Per ogni corso di laurea in inglese assicuriamo anche uno della stessa classe in italiano – dice Eugenio Gaudio, rettore dell’ateneo romano —. Pensiamo che debba essere garantita l’offerta anche per lo studente italiano che paga le tasse con cui si sostiene il fondo di finanziamento ordinario». L’ostacolo a questa impostazione è dato dal fatto che, per farlo, servono più punti organico. E non tutte le università possono permetterselo. «Noi non potremmo duplicare i nostri corsi anche in italiano», aggiunge Comanducci. Secondo Fabio Rugge, rettore dell’università di Pavia e delegato Crui per l’internazionalizzazione, la soluzione è fare scelte selettive: «Ci sono insegnamenti come medicina e ingegneria dove esiste una domanda forte di corsi in inglese – spiega – ma non vuol dire che sia vero per tutti gli altri, pensiamo al diritto. Del resto, dobbiamo diventare più internazionali non solo per quanto riguarda la lingua ma anche per il modo in cui facciamo didattica: con più discussione e confronto e con più professori che seguono da vicino gli studenti».