la Repubblica, 19 marzo 2017
La Juventus a processo: «Rapporti con la malavita». Agnelli: «Inaccettabile vogliono solo infangarci»
TORINO Il pasticciaccio brutto dei rapporti tra la Juve e i suoi ultrà, compresi quelli in odore di ’ndrangheta, riforniti di biglietti a patto che facessero i buoni, costa un deferimento a Andrea Agnelli e tre dei suoi più stretti collaboratori (uno di loro, l’ex direttore commerciale Francesco Calvo, lavora da un anno e mezzo al Barcellona) ma, soprattutto, apre un nuovo fronte di guerra tra club bianconero e Figc, o almeno la parte che fa riferimento a Lotito.
Venivamo da un periodo di tregua, Agnelli aveva sostenuto con calore la rielezione dell’ex «inadeguato» Tavecchio e la stroncatura di ogni ricorso in merito a Calciopoli (compresa la richiesta di danni alla Figc per 443 milioni) aveva progressivamente diluito le avvelenate reazioni juventine, che però sono tornate a impennarsi quando il presidente bianconero ha letto, ieri mattina, il testo del deferimento, in cui si parla di «rapporti costanti e duraturi con i cosiddetti “gruppi ultrà”, anche per il tramite e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata». Non se l’aspettava: immaginava di andare a giudizio per la questione dei biglietti, non per i legami con Rocco Dominello, sospettato di essersi infiltrato tra i gruppi della curva per lucrare sul bagarinaggio. «Non ho incontrato boss mafiosi», ha ribadito Agnelli. «Ultrà sì, ma quando erano persone libere e non avevano alcuna restrizione a frequentare lo stadio o partite di calcio». Se anche avesse visto Dominello, insomma, non aveva elementi per considerarlo mafioso.
Così, nel giro di un’ora e mezza Agnelli si è fatto scrivere un paio di pagine di difesa e contropiede, che ha letto con voce tesa, quasi alterata. E ha potuto dire che i capi d’accusa del procuratore Pecoraro sono «inaccettabili, e frutto di una lettura parziale e preconcetta nei confronti della Juventus». Quanto basta per ventilare una specie di persecuzione giudiziaria: «Mi difenderò, difenderò i nostri collaboratori e soprattutto difenderò il buon nome della Juventus che per troppe volte è già stato infangato e sottoposto a curiosi procedimenti sperimentali da parte della giustizia sportiva».
Eccolo, il punto: Calciopoli è stato un curioso esperimento di fango e forse anche la squalifica di Conte del 2012 rientra nel novero. Difatti l’«inaccettabile» di Agnelli somiglia per certi versi all’«agghiacciante» dell’ex allenatore, che essendo più sanguigno usò toni molto più accesi per puntare il dito contro la Figc.
Agnelli e i tre dipendenti (oltre a Calvo, Nicola D’Angelo che si occupa della sicurezza e Stefano Merulla della biglietteria) rischiano una multa (come la società, coinvolta per responsabilità diretta) o al massimo un’inibizione: pene, insomma, non particolarmente pesanti. Ma è l’abbinamento Juve/malavita, considerato molto più grave di una squalifica, che il presidente ha ritenuto intollerabile, visto che la vicenda sta dando dell’oggettivo filo dal torcere al club bianconero e ai suoi tesserati, che nel processo penale che comincerà in settimana sono solo testimoni (però non parte lesa, difatti la Juve non potrà costituirsi parte civile), ma in quello sportivo che inizierà ad aprile saranno invece protagonisti, così come nelle audizioni della commissione parlamentare antimafia, che entro un mese sentirà proprio Agnelli.
La faccenda ha rischiato di indebolire Andrea, tant’è che da mesi corrono sotterranee voci di un frattura tra lui e John Elkann proprio a causa di questa storia che, comunque sia, non sta facendo fare una bella figura al club. Ma proprio gli ultimi avvenimenti hanno saldato, e consolidato, i rapporti di famiglia. Elkann si è affrettato a schierarsi con parole che pesano: «Desidero ribadire la mia totale fiducia nell’operato di mio cugino Andrea, che ha guidato la società e il suo gruppo dirigente fino ad oggi, e che continuerà a farlo anche in futuro». E lo stesso Agnelli ha negato ogni desiderio di cambiare aria, nonostante si chiacchieri da tempo delle nuove ambizioni che avrebbe, dalla presidenza della Ferrari a un ruolo di primo piano nella Fca: «Mi spiace deludervi, ma questo gruppo dirigente, formato dal sottoscritto, da Marotta, dal vicepresidente Nedved, dal direttore sportivo Fabio Paratici, ha intenzione di continuare a far crescere la Juventus ancora per parecchio tempo». D’altronde, con Agnelli la società ha vinto cinque scudetti e rimesso in ordine il bilancio: da un punto di vista strettamente sportivo e finanziario, la sua gestione è eccellente.