Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  marzo 19 Domenica calendario

Pilato? C’è. Barabba? Anche Il presepe di Pasqua

Per farsi un’idea di quanto poco sia conosciuta la tradizione del presepe di Pasqua in Italia basta consultare il catalogo online del servizio bibliotecario nazionale (Opac Sbn). Si scoprirà, attraverso una ricerca per parole chiave, che la letteratura dedicata al tema è quasi inesistente. La ragione di questo oblio sembra trovare una spiegazione nel volume, dal titolo programmatico, Presepe di Pasqua. Simboli e presenze di una tradizione dimenticata (Stamperia del Valentino, 2010, pp. 160, e 20), dell’editore e saggista Paolo Izzo. «È una tradizione che è andata perduta – spiega Izzo a “la Lettura” —. Tuttavia, fino alla Controriforma, era forse l’interpretazione presepiale più diffusa. Alcuni regnanti si facevano ritrarre con la famiglia e il loro seguito di dignitari nei cosiddetti Compianti, popolarissimo soggetto di arte sacra che raffigurava il corteo funebre al seguito del Cristo morto. Fu proprio all’indomani del Concilio di Trento (1545-63) che le cose cambiarono: il tentativo era quello di lanciare un messaggio chiaro ai fedeli ancora in bilico tra cattolicesimo e un paganesimo celato».
È in questo periodo storico, durante il quale il mondo cattolico si misura con la portata rivoluzionaria della Riforma di Lutero, che, secondo l’autore, il presepe della Natività si impone definitivamente a discapito del suo corrispettivo pasquale, peraltro molto diverso per impostazione e finalità da riti liturgici ufficiali come la Via Crucis, nella quale i fedeli commemorano il percorso di Cristo che si avvia alla crocifissione sul Golgota. A quei tempi, continua Izzo, sembrò infatti «che il messaggio legato alla rappresentazione della Natività fosse più edificante rispetto a quello della morte del Cristo. Era un messaggio di speranza». In realtà il punto è questo: la speranza della Natività è più facile da rappresentare della speranza della Resurrezione.
L’evoluzione di questa tradizione ci porta, con un ampio salto nel tempo, ai nostri giorni. Con un risvolto inaspettato: se molti indizi sembravano decretare la fine del presepe pasquale, la realtà è diversa. Un esempio è l’azienda Mondo Presepi, nata dieci anni fa, nel 2007, a Bagnolo Mella, in provincia di Brescia, su iniziativa dell’imprenditore Stefano Treccani. Una realtà di provincia cresciuta negli anni. Nel 2009 l’attività ha aperto il sito www.mondopresepi.com, che oggi propone agli utenti-clienti, soprattutto famiglie, oltre cinquemila prodotti. Nel 2013, sulla scia del successo degli articoli natalizi, Treccani ha deciso di cominciare a produrre anche statuine per i presepi di Pasqua. Le statue sono in resina, di misure diverse: da 9 a 30 centimetri, queste ultime con finiture di pregio. Si può spendere da 3,10 fino a 146,40 euro.
Il presepe di Pasqua, o Sepolcro a personaggi, ha riscosso grande successo soprattutto a Napoli, dove era presente già prima del XVI secolo. Qui era organizzato secondo «autonome regole compositive». Dal saggio di Paolo Izzo emerge un ulteriore aspetto che potrebbe spiegare la scarsa fama che il presepe di Pasqua ha riscosso nel tempo. Infatti, «a differenza delle rappresentazioni di piazza che rievocano l’evento della Passione di Cristo, diffuse un po’ ovunque in tutto il mondo, quella plastica del Sepolcro a personaggi consumò la sua funzione devozionale principalmente in luoghi chiusi al pubblico». Spazi privati, come monasteri, ma anche domestici, dove si potevano trovare sia allestimenti molto essenziali sia altri più ricchi nei dettagli, completati da oggetti e strutture in avorio oppure in legno. C’erano anche casi in cui la figura di Cristo e la scena della Pietà erano realizzate con silhouette di carta.
A Roma, la parrocchia di Nostra Signora di Valme (via di Vigna Due Torri 82, Villa Bonelli) ospita dal 2013 un presepe di Pasqua multimediale. Ogni scena della Passione, dall’Ultima cena alla Resurrezione, è animata da una narrazione audiovisiva di quindici minuti. Il presepe è lungo sei metri e profondo quattro. Don Alfredo Fernández Martín, nato nel 1955, alla guida della parrocchia dal 21 settembre 1996, spiega a «la Lettura» che dal 20 marzo al 23 aprile sarà aperto tutti i giorni, anche a gruppi o studenti, escluso il Venerdì Santo. «Ciò che caratterizza questo presepe sono alcuni piccoli effetti speciali: per esempio, quando arriva il momento della crocifissione entra in gioco un meccanismo che permette alle croci stesse di alzarsi. Alla morte di Cristo viene simulato un terremoto attraverso una vibrazione; mentre la porta del Sepolcro rotola da una parte all’altra per aprirsi o chiudersi. È un modo originale per comunicare al meglio il messaggio liturgico. Lo facevamo già per Natale, perché non farlo anche in questa occasione?».
Per creare una statuina, concludono da Mondo Presepi, si parte da un prototipo, di solito in das o creta. Materiali malleabili, che permettono al maestro artigiano di plasmare le forme che desidera. Quando il campione è pronto, si procede al calco dell’opera con una gomma siliconica che prende l’esatta forma dell’oggetto. Realizzato lo stampo, il passaggio successivo è riempirlo di resina colata. Così nasce una statua fatta a mano. Per completare il lavoro si passa alla colorazione e alla realizzazione degli oggetti del personaggio rappresentato. Nel caso di statue più ricercate si scelgono anche i tessuti degli abiti con cui verranno vestite, oltre a qualche accessorio. «Ogni statua è unica, come un piccolo capolavoro artigianale: anche se simili, nessuna potrà mai essere identica alle altre».
Marco Bruna

****

«Bello, ma è difficile sceneggiare il mistero» 
«Il presepe di Pasqua centrato sulla Resurrezione sarebbe un’ottima cosa per l’insegnamento della catechesi, per il messaggio da trasmettere, per il suo significato; ma la rappresentazione del Risorto è difficile. D’altra parte, se è privo del Risorto questo presepe si limiterebbe a mettere in scena gli eventi della Passione, che sono eventi luttuosi, difficilmente attraenti in un’epoca come la nostra che censura la sofferenza e la morte». Silvio Barbaglia, prete di Novara e biblista, si dice «attirato e scettico» verso l’idea del presepe pasquale.
Pare dunque di capire che lei teme che questo tipo di presepe si affermi facendo violenza al soggetto da rappresentare: è così?
«La Pasqua è difficile da rappresentare perché è insieme evento e mistero. L’evento lo puoi figurare con le casette e le statuine, il mistero no: è realtà velata, da contemplare nella fede. Come evento la Pasqua è il sepolcro vuoto che le donne scoprono la mattina dopo il Sabato. I Vangeli non descrivono il fatto della Resurrezione: ci dicono solo che il sepolcro è vuoto. Ma in un presepe non possiamo accontentarci del sepolcro vuoto. Qui viene il difficile».
Eppure la grande arte il Risorto l’ha rappresentato: pensiamo a Piero della Francesca, al Beato Angelico…
«Solo il genio può azzardarsi a rappresentare il mistero, a dirlo con una metafora di luce e di colori come hanno fatto quei grandi. Un’installazione nel salotto di casa difficilmente potrebbe osare tanto».
Ma anche il Natale è un mistero: quello che il catechismo definisce «incarnazione», e i presepi lo rappresentano…
«Non rappresentano il mistero dell’incarnazione ma l’evento della nascita, che come tale è nascita di un bambino, un fatto di esperienza comune. Il mistero vi è significato senza la necessità di mostrarlo. Bastano gli angeli sopra la capanna a segnalarlo. Mentre l’evento della Resurrezione è fuori da ogni esperienza, si direbbe che è interamente mistero».
Pare che tra Medioevo e Rinascimento i presepi pasquali fossero più diffusi di quelli natalizi…
«Non si chiamavano “presepi” che io sappia, ma “calvari”, o “compianti”; e non mostravano la Resurrezione. Erano rappresentazioni della crocifissione e del lamento sul Cristo morto. Del resto è chiaro che l’espressione “presepio pasquale” è ibrida, cioè applica alla Pasqua una parola che viene dal racconto della nascita di Gesù che è nel Vangelo di Luca: “L’avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia”, in praesepio dice il testo latino. Praesepium vuol dire mangiatoia, o recinto degli animali».
Perché la rappresentazione del Natale prevale nei secoli su quella della Pasqua?
«Il Natale del Signore e la Pasqua di Resurrezione, come suonano le denominazioni delle due feste, hanno sempre rappresentato i due fuochi dell’anno liturgico, posti a celebrare, in rispondenza tra loro, l’inizio e la fine della vita di Gesù. La prevalenza progressiva del Natale nel sentimento popolare fu determinata dal fatto che sempre più la Pasqua veniva identificata con il Venerdì Santo e non con la Resurrezione. E la morte era ed è meno attraente della nascita».
Nel ritorno del presepe di Pasqua si può vedere un segno dell’accettazione popolare del rinnovamento liturgico che ha caratterizzato il Vaticano II?
«Forse sì, ma occorre verificare come si presenta l’esecuzione dell’idea, che di suo è buona. Già il fatto che lo si chiami “presepio pasquale” ci dice che lo s’intende dipendente dal Natale, al quale propriamente appartiene il presepe, come dicevamo. Si prova a fare per la Pasqua quanto si fa per il Natale. Un poco a rovescio di quanto è avvenuto con la formazione dei racconti evangelici, nei quali è venuta prima la narrazione della morte e resurrezione di Gesù e solo dopo, retrospettivamente, si è avuto – in due Vangeli: Luca e Matteo – il racconto della nascita».
Che criterio indicherebbe per valutare la riuscita di un presepe di Pasqua?
«Inviterei a controllare come viene sceneggiato il passaggio dal “compianto” alla Resurrezione. Non basta una statuina del Cristo con il vessillo del Risorto. Per riconoscere il Risorto, come attestano i racconti evangelici, occorrono occhi nuovi. Occorre pensare a qualche elemento figurativo che alluda, che aiuti a immaginare il Risorto, ma che non lo blocchi in una figurazione idolatrica. La liturgia della notte di Pasqua annuncia il Risorto ma non mira a farlo vedere. Simboleggia il mistero con il fuoco, il cero, le vesti bianche, il suono delle campane, il canto dell’ Exultet. I presepi pasquali dovranno essere inventivi».
Luigi Accattoli